Dario_Nardi_©oceantraceless

 

Cosa succede a un biologo marino che percorre 5000 km in America Latina su una bicicletta di bambù per fare una ricognizione e sensibilizzare le persone sul livello di inquinamento plastico che invade le coste e le acque dell’Oceano Pacifico?

Ho scoperto il progetto di Dario Nardi per casualità, lo scorso luglio. Dario è nato a Ferrara, come me, e secondo il suo programma sarebbe arrivato a Santiago del Cile a dicembre, dopo aver disceso Ecuador, Perù, Bolivia e il nord del Cile su due ruote. Gli ho scritto subito e gli ho detto che lo avremmo aspettato al traguardo con un pisco di benvenuto e molte, molte domande. Perché non di soli libri è fatta la vita di due editori che vivono sei mesi all’anno dall’altra parte del mondo. Ma anche, forse soprattutto, di incontri, di scambi, di connessioni. Ne è nata una serata in puro stile Edicola, informale e casereccia, condita da belle chiacchiere e risate, conclusa – per la gioia di Dario, che da un po’ non sentiva i sapori di casa – da caffè e sambuca. I soliti italiani all’estero.

Dario, cosa ti ha spinto a intraprendere questo viaggio, a parte il tuo progetto di ricerca (autofinanziato)?

“Ecco, mi hai beccato” ti rispondo d’istinto, di fronte a quella familiare tazzina fumante di nettare di moka e a quella gradita sambuca (sapete bene come far felice un solito italiano all’estero). La decisione di intraprendere questo lungo viaggio non posso che attribuirla a una serie semi infinita di stimoli. Da biologo e ambientalista convinto, lo stimolo principale rimane sicuramente la necessità di dover diffondere la conoscenza di un problema ecologico che ritengo epocale e pericolosamente sottostimato. La mia faccia poco convinta ti rivela però che non è esclusivamente questa la mia spinta, quindi cercherò di risponderti al meglio usando a mia volta una domanda: come si possono sopportare tutte le difficoltà di un viaggio del genere se non spinti da una voglia viscerale proprio delle stesse? Ti giuro, non è masochismo! Solo tanta voglia di viaggiare, conoscere e crescere umanamente. Sono sempre stato consapevole che non sarebbe stata una scampagnata rilassata ma alla fine è quello che cercavo. Uniamo poi tutto questo al fatto che il continente sud americano, culla di civiltà millenarie e di spettacoli naturalistici talmente grandiosi che ad inventarseli si farebbe fatica, ha sempre suscitato in me un fascino magnetico. Nella mia lista dei desideri cinetici era al primo posto da anni, c’era solo da decidere da dove partire. Lo scopo etico si è poi sposato alla perfezione anche solo come atto istintivo a protezione di tanta bellezza. Infine, per completezza di risposta, ho attinto a una notevole dose di inconsapevolezza. Non avevo veramente idea di cosa stavo per affrontare ma credo che per vivere serenamente certe cose sia essenziale non sapere esattamente cosa ti stia aspettando al di la di un’idea, di uno stimolo, di un biglietto aereo.

Alcuni dettagli per prendere meglio le misure di questa impresa: quanto è durato il viaggio? Hai viaggiato principalmente solo? Avevi tutta l’attrezzatura per dormire e mangiare all’aperto? Per un totale di quanti chili sulle gambe?

Dunque, il viaggio è durato 6 mesi lungo i quali le conoscenze si sono susseguite quotidianamente. Il migliore incontro che mi venga in mente è quello di un ciclista colombiano, un viaggiatore con la V maiuscola. Partito da Bogotà con 8 dollari in tasca l’ho conosciuto che si “buscaba la vida” a Piura, nel nord del Perù, grazie a lavori di artigianato, conoscenze di carpenteria e come elettricista. Il suo mezzo di trasporto era una mountain bike sgangherata che aveva come unico portapacchi un tipico cassone bianco del pane nel quale c’era stipato di tutto. Rincontrandolo migliaia di chilometri più tardi a La Paz abbiamo affrontato insieme i 4000 metri della Bolivia nonché l’immenso deserto di Uyuni. Senza nulla, lui viaggiava per un sincero e concreto gusto nel farlo, un istinto.

Con me avevo tutto il necessario per permettermi di poter essere indipendente dalla civiltà. Direi l’essenziale a cui penserebbe chiunque si trovasse nella situazione di dover affrontare un viaggio di questo tipo: tenda da 1 piccola e pratica, sacco a pelo rigorosamente Decathlon, cuscino gonfiabile (lo stesso dell’aereo, per risparmiare spazio), fornelletto e stoviglie, materassino perso a metà viaggio (e ovviamente rimpiazzato), amaca superpieghevole, borracce, luci e lucette varie, coltellino, corde e ovviamente moka. Quello che più pesava erano i pezzi di ricambio e l’attrezzatura tecnologica, anche se avevo accuratamente scelto il materiale in modo che pesasse il meno possibile, aveva la sua discreta incidenza sul peso totale. Il resto era vestiario e cianfrusaglie varie per un totale di una quarantina di chili nelle borse più i tredici della bici.

C’è qualcosa che avevi con te e che non hai mai usato, mannaggia quella volta che l’hai infilato nello zaino?

Mah, ti dirò, di roba che non mi servisse proprio mai non ne portavo molta con me, anche perché qualsiasi cosa che non usassi la lasciavo a qualcuno a cui serviva durante il tragitto e in cambio non me la portavo io sulle gambe. Con il senno di poi l’unico peso ingente che per fortuna non ho davvero mai dovuto usare sono le due sacche di medicinali incastrati nella borsa laterale e in quella sul manubrio.

Cosa è stata invece la cosa di cui non avresti potuto fare a meno?

Che domande, la Moka! (solito italiano all’estero)

Qual è stato il momento più difficile da affrontare, fisicamente ed emotivamente (non devono per forza coincidere)?

A livello fisico le difficoltà maggiori le ho riscontrate senza dubbio nella Bolivia del sud, gli ultimi duecento chilometri prima della frontiera con il Cile, Ollagüe. Erano 200 km di un susseguirsi infinito di saliscendi costellato da buche, sassi e improvvisi banchi di sabbia profonda dove le ruote si piantavano senza scampo. Il tutto a 4200 metri di altezza. L’effetto dell’altitudine su di me era altamente soporifero, rischiavo letteralmente di addormentarmi pedalando, dovevo fare soste continue per non finire in terra e, con il fiato alle strette, ogni salita sembrava un picco invalicabile. Il tutto come sempre ripagato con la moneta dello stupore dalla stessa natura che mi stava dando tante difficoltà. I paesaggi desertici, tanto desolati quanto magnifici, facevano da cornice costante.

Dario_Nardi_©oceantraceless

Deserto di Atacama 2017 (Dario Nardi, ©oceantraceless)

A livello mentale invece la prova più dura l’ho affrontata durante le infinite pedalate nel deserto di Atacama. Utilizzo la parola infinite perché a volte mi convincevo senza ombra di dubbio che quella strada dritta e inesauribilmente uguale non avrebbe mai avuto un termine. Inizialmente, dopo un sincero e immenso stupore per tutto quello che mi stava circondando, la “routine” prendeva il sopravvento e con lei lo sconforto. A coronare il tutto arrivò la rottura del lettore MP3, senza musica e dopo aver inevitabilmente esaurito per intero tutte le cose a cui avevo voglia di pensare, c’erano volte che per ore non potevo far altro che fissarmi sulla fatica e sulla noia di tanta omogeneità. Ogni esperienza ha una sua utilità, negativa o positiva che sia.

C’è stato un momento in cui hai avuto paura?

Sinceramente l’unica cosa che ho temuto davvero durante il viaggio deriva principalmente da ciò che riguarda l’essere umano e il suo operato. Già da subito mi sono reso conto che mi trovavo ad affrontare i pericoli maggiori in due casi specifici: nelle vicinanze dei centri abitati e lungo le strade più trafficate. Ricordo che in tutta la zona riguardante Ecuador e Perù (specialmente nel nord) il concetto stesso di ciclista o di cicloturismo era totalmente sconosciuto agli occhi dei tanti automobilisti e camionisti della zona. Questo si traduceva nell’assoluta mancanza di rispetto delle distanze (sorpassi a 5 centimetri dai borsoni con conseguente uscita di strada dovuta allo spostamento d’aria era cosa comune), intossicazioni da smog varie ed eventuali, mancanza pressoché totale di posti adibiti alla riparazione e acquisto di pezzi di ricambio, piste ciclabili neanche immaginabili.

Il secondo problema di derivazione esclusivamente antropica era ovviamente il pericolo di essere assaltati da un momento all’altro o derubati durante la notte. Non voglio dare un’immagine del sud America esclusivamente attraverso la sua potenziale pericolosità ma c’erano zone in cui era assolutamente necessario tener conto di certe eventualità. In ogni caso ritengo che quasi in qualsiasi luogo si possano nascondere pericoli del genere: dormireste in tenda con bici e borsoni a seguito in un qualsiasi quartiere malfamato di Milano, Roma o Napoli? Tutto sta nel saper dove andare e avere il giusto grado di informazione e precauzione.

Qual è stato il cielo stellato più incredibile che hai visto?

Senza neanche pensarci su: Pisco Elqui (Cile).
Stiamo parlando di estremi, non svaluterei mai l’incredibile volta celeste del deserto di Uyuni in Bolivia, l’esplosione di luce dei cieli della zona di Paracas in Perù, gli incontaminati cieli delle isole Galapagos. Ma lo spettacolo al quale ho avuto la fortuna di assistere a Pisco Elqui, si fa molta fatica ad esprimerlo con semplici parole, è uno spettacolo talmente abbagliante che vederlo dal vivo credo sia l’unico modo per goderselo davvero. Diciamo che era talmente elevato il grado di limpidezza che il modo migliore per apprezzarlo era fissarsi sui pochi punti di cielo liberi da stelle e quindi neri, l’esatto contrario di come si fa di solito per osservare una volta celeste. Di fatto quella notte ho trasportato, cercato il luogo adatto e montato la tenda per poi nemmeno aprirla, troppo bello lo spettacolo per non dormirci sotto a diretto contatto.

Gocta

Cascata di Gocta, 2017 (Dario Nardi, @oceantraceless)

E il posto più assurdo dove hai dormito?

La lista sarebbe per fortuna alquanto lunga, ma questo caso rimane decisamente particolare. Uno dei posti più assurdi nel quale ho avuto l’opportunità di dormire si trova nella regione Amazzonica del Perù, più precisamente di fronte all’imponente cascata di Gocta. Immagina di avere davanti a te 771 metri di acqua in caduta libera di fronte ai quali si apre una vallata enorme che ospita una rigogliosissima vegetazione tropicale e una miriade di ruscelli, fiumi e affluenti, ora immagina un punto molto elevato dal quale tu possa goderti per intero tutto questo splendore ed esplosione di vita. Ecco, ora mettici una tenda da campeggio e il gioco è fatto. Il mirador della cascata di Gocta è stato senza dubbio uno dei posti più spettacolari e assurdi nel quale io abbia avuto la fortuna di passare la notte, quattro ore di cammino per raggiungerlo ma ne valevano ogni minuto.

C’è stato qualcosa, nel bene o nel male, che ti ha lasciato senza parole?

Il bello di fare esperienze come questa è in effetti la ricerca costante di qualcosa che possa lasciarti senza parole. Non si ha mai la certezza matematica di poterlo trovare ma la visione che ciò possa accadere è uno dei combustibili principali. C’è poi da dire che ognuno di noi ha il suo motivo tutto personale per rimanere senza parole, nel mio caso non esiste nulla che mi lasci più pietrificato del patrimonio naturalistico di un luogo. Allo stesso modo, anche lo scempio ecologico perpetuato ad alcuni di essi non può che lasciarmi attonito nel senso opposto.

Le isole Galapagos e tutto ciò che circonda il loro equilibrio tra gli esseri viventi che la popolano, sono una delle cose più belle che io abbia avuto la possibilità di vivere. Ma come posso dimenticare la magia e la purezza di un luogo tanto misterioso quanto sconosciuto come la città Maya di Choquequirao? Chiamata “la sorella di Machu Picchu”, grazie al suo grado di isolamento e alla straordinaria conservazione di cui gode (il 70% aspetta ancora di essere liberato dalle millenarie braccia della foresta) custodisce ancora pienamente intatto il senso di avventura e mistero che possono aver provato gli esploratori che l’hanno scoperta per la prima volta.

Al contrario, quello che più mi ha lasciato di stucco in senso negativo è la negligenza ecologica con la quale si sta gestendo un luogo tanto magico come il Lago Titicaca. Vere e proprie discariche sulle sue rive, montagne di rifiuti presenti anche nelle isole più remote come l’Isola di Taquile o l’Isla del Sol, tappeti galleggianti di detriti plastici che, come una specie di alga altamente infestante, ricoprivano vaste aree di superficie lacustre. È dunque il contrasto tra cotanta bellezza e lo scempio ad essa perpetuata il vero motivo del mio sgomento in questo caso.

Titicaca

Situazione attuale del Lago Titicaca, 2017 (Dario Nardi, @oceantraceless)

C’è qualcosa che hai mangiato così spesso che adesso non ne vuoi più sentir parlare?

Ricordo che per quasi tutto il viaggio non avevo la possibilità di trasportare peso e volume in eccesso quindi mi serviva qualcosa di energetico, buono, trasportabile e che non si disperdesse in giro per le borsone da bici: l’avocado! In casi di emergenza questo frutto, insieme a pane e miele, è il perfetto sostituto per colazione pranzo e cena senza troppe pretese. Durante il viaggio non c’è stato luogo antropizzato nel quale non fossero ben forniti di questo frutto, è largamente diffuso in tutta l’America Latina quindi perfetto per lo scopo. Ma purtroppo si sa, il troppo stroppia. Dopo mesi e mesi di questa dieta “d’emergenza” non vorrò neanche vedere un avocado per lungo tempo.

Nessun viaggio è veramente a impatto zero. Che traccia pensi di aver lasciato nelle persone che hai incontrato?

La cosa che più mi colpisce nelle persone che incontro durante i miei viaggi è quanto sia poco espressa la voglia di muoversi che la maggior parte della popolazione nasconde dentro di sè. Dalla famiglia al lavoro, dal coraggio alle possibilità economiche, dagli affetti alle necessità impellenti della vita sono tutti motivi per i quali si evita di dar sfogo alla propria energia cinetica. Consapevole del fatto che il più delle volte sia qualcosa di inevitabile e non una scelta personale, provo sempre a spronare le persone che incontro a mettere in gioco questa parte di sé, dimenticando tutta quella serie di paure primordiali, e perché no di scuse personali, che ci portiamo dietro dalla nascita. Spero sempre di poter trasmettere al mio interlocutore un po’ del grande amore che provo nel far questo.

E tu, invece, cosa ti sei portato a casa da questa esperienza?

Ho alzato l’asticella della convinzione che avevo sui miei limiti personali. Questo è senza dubbio la cosa più preziosa che mi porto a casa. Ideare, progettare, affrontare e portare a termine un viaggio e un progetto così non sempre ti fa credere di farcela in ogni momento del percorso. Ogni piccola incertezza, trasformata poi in sicurezza, spostava il mio limite sempre un po’ più in la e questo mi ha regalato grandi soddisfazioni.

Drone disperso a parte, come hai documentato tutto quello che hai visto e sentito? Cosa ne nascerà?

I miei compagni di viaggio tecnologici sono stati (oltre al drone) la macchina fotografica, tre obbiettivi, il microfono, la go pro e il cavalletto. Grazie a questa agile dotazione, pensata appositamente per trarre il meglio senza influire troppo sul peso generale, sono riuscito a raccogliere una grande quantità di immagini e video dai quali nascerà una mostra fotografica interamente dedicata al progetto Ocean Traceless e un documentario che tratterà la situazione globale dell’inquinamento plastico marino ed oceanico con un focus particolare sulle aree attraversate (tra le più inquinate al mondo) durante il progetto. Altro tema principale del documentario saranno le molteplici alternative al materiale plastico già disponibili sul mercato ma che, per una mera motivazione economico-lobbistica, non vengono minimamente considerate su larga scala.

Alice Rifelli

Written by Edicola