cipria13

I locali del centro sociale “Hasta la victoria” erano in penombra. Le persiane lasciavano passare solo qualche spiraglio di luce fredda. Cinque del pomeriggio di un lunedì di ottobre. Alle pareti i manifesti di Che Guevara, Mao-Tse Tung, Marx, Engels, Bakunin insieme agli altri padri della rivoluzione. E poi le bandiere, quella basca, quella palestinese, quella dei comitati universitari autonomi. Sopra la testa di Vivian Deacon si stagliava un lenzuolo bianco con un lungo estratto dal libro di Luce Irigaray Amo a te. La donna stava guardando un film di Bollywood sul computer del centro sociale che da un paio d’anni la ospitava. Osservava le ballerine indiane roteare le mani con uno strambo sorriso stampato sulla faccia.

Il buffo fazzolettone che le nascondeva i capelli dagli sguardi altrui si muoveva a ritmo di musica. Impossibile sapere cosa c’era sotto quel turbante blu che indossava sempre: alcuni pensavano che nascondesse parassiti famelici e nidi di insetti; nessuno avrebbe immaginato la cura con cui ogni sera la donna pettinava i suoi capelli, una strana principessa Sissi che sentiva su di sé tutto il dolore del mondo. Vivian non si svestiva quasi mai, se non per la sua doccia settimanale. Per tutti gli avventori dell’Hasta la donna aveva sempre la stessa immagine: una rigida divisa composta dal turbante blu, i jeans Stefanel, i foulard che le coprivano il collo, le scarpe borchiate, la felpa scarlatta firmata Best Company e il giubbino trapuntato verde militare per l’inverno. Nessuno l’aveva mai vista senza il suo completo e scendeva dai “suoi appartamenti” solo se aveva addosso ogni accessorio a corredo della sua mise: un coniglietto di nome Lapin che usciva da una tasca della felpa, una spilla con l’immagine di Doris Day e un braccialetto verde fluo al braccio sinistro. Assomigliava a una nativa americana, occhi scuri e carnagione olivastra. Profonde rughe, come il delta di un fiume del sud del mondo, le attraversavano il viso. Vivian aveva sessantanove anni e da quasi quaranta viveva per strada. Era una clochard.

Hai letto la prima pagina di Uno sbaffo di cipria di MARCO BELLI.
Continua la lettura con un clic.

Written by Edicola