Questa riflessione della poetessa Julieta Marchant è stata pubblicata sulla rivista Jumpster il 12 novembre 2019. L’ha tradotta per noi Greta Marani, che ringraziamo.

 

Ma troppo tardi, amico! Giungiamo; vivono, è vero, gli Dei
Ma sopra di noi in un mondo diverso.
Nel loro agire incessante, al nostro vivere paiono
Poco badare, a tal punto ci risparmiano i Celesti.
Eppure spesso mi sembra
Meglio dormire, che senza compagni
Continuare l’attesa, e che fare intanto e che dire
Non so, e a che scopo i poeti in miseri tempi?

Friedrich Hölderlin*

 

Un oggetto per la devozione sviluppata, un oggetto latino-americano come un frutto succoso che ha barattato la sua acidità con un po’ di aspartame. Una poesia come domanda e offerta, una poesia inno presidenziale, una poesia allegoria di un lontano e angusto paese. (…) La mia povera bocca che non dice ciò che vuole, ciò che può non vuole dire. Ciò che dice non vuole, ciò che può non vuole.

Nadia Prado

 

1.

Molti di noi nascondono la parola «poeta» in qualche angolo in cui la buttano insieme agli oggetti persi, agli amori finiti male e alla pubertà – chi mai potrebbe sostenere che la pubertà è un’esperienza piacevole –. Io stessa la nascondo e preferisco definirmi «editrice» anche se, con il tempo, ho imparato ad accogliere il termine «scrittrice». Non sono qui per rivendicare una parola che, come ogni altra, non mi appartiene in assoluto; non voglio nemmeno scrivere con alcuna pretesa di verità: vorrei solamente aprire un varco dove avverto che la trama è fitta. E ancor di più in un momento in cui stiamo tutti pensando, o desideriamo pensare, altri modi di legarci e di abitare.

All’inizio del mese, naufragando nell’angoscia di vari giorni trascorsi senza tregua tra manifestazioni, grida, salti, violenza statale, rabbia, inquietudine e anche, in mezzo a tutto questo, una dose di felicità, ho scritto a un poeta straniero: «Ogni giorno mi risuona la domanda “quand’è che il linguaggio della poesia vale la pena”, peraltro mi offende pormi la domanda in queste circostanze e, tuttavia, non posso fare a meno di farlo». Pensavo a George Oppen, il poeta statunitense, e ai suoi oltre vent’anni di silenzio letterario per dedicarsi all’attivismo politico. Mi chiedevo come vivere se non posso – o non potevo – leggere né scrivere né pubblicare, avendo vissuto una vita adulta interamente dedicata a leggere, scrivere e pubblicare. Avevo impresso nella mente il resoconto biografico di Maurie Blanchot: «La sua vita fu interamente dedicata alla letteratura», sebbene mi fossi dimenticata della seconda parte «… e al silenzio che le appartiene», che ho letto mentre cercavo una plaquette di Blanchot per avere la conferma che, forse, quello che mi stava facendo male era il silenzio.

Il poeta a cui ho scritto, tra le varie righe, mi ha detto: «Scrivere o non scrivere non è il problema (Oppen smise di scrivere ma più tardi tornò a farlo. Può darsi che dovette fare alcune cose prima di ricominciare a scrivere)». Quali cose, in tempi miseri, potremmo fare noi poeti nel periodo che intercorre tra quando non possiamo scrivere e quando possiamo tornare a farlo.

2.

Improvvisando, come sempre in questi giorni, ho scritto a un’altra scrittrice passandole il link di un articolo di Rafael Gumucio che mi aveva fatto indignare, nel quale etichettava come acefalo un movimento nazionale che da giorni stava occupando le strade. Anche se sapevo di toccare un tasto dolente, la risposta mi ha colpito: «Non ti ho vista fare dichiarazioni particolarmente intelligenti in questo momento», come se scrivere qualcosa – qualunque cosa, perché è questo che ha fatto Gumucio: scrivere una cosa qualsiasi – fosse meglio di non scrivere affatto. Come se si pretendesse che tutti gli scrittori facessero dichiarazioni a caldo o come se noi scrittori – in generale – dovessimo rispondere all’unisono a quello che accade nei nostri paesi e per di più in modo intelligente. Ovunque vengono espresse pretese nei confronti della cultura: basta uscire per strada e guardare le scritte sui muri o gli striscioni: «Crederò nell’arte quando verrà fatta per la gente» o «Venite in strada!!! Fottuti borghesi dell’arte». C’è un’istanza, qualcosa su cui riflettere, non solo dalla strada verso «la cultura» o «l’arte», ma anche tra noi stessi.

E allora penso alla prima assemblea degli scrittori che si è tenuta all’Universidad de Chile e alle domande alle quali abbiamo provato a dare una risposta – abbiamo provato, chiedo scusa –. Una era: «Cosa possiamo fare a partire dal nostro mestiere per appoggiare la mobilitazione sociale e i bisogni del popolo?», che è, credo, una domanda che si fanno i professori, i muralisti, i medici, i ballerini, gli avvocati, i ricamatori, gli artisti visivi, i venditori ambulanti, le casalinghe e chiunque si stava occupando di qualcosa nel momento in cui il Cile è esploso. Come dice Josefina Ludmer, si può fare politica ovunque, persino la decisione di una donna di restare a casa per accudire e crescere i propri figli è fare politica. Si può fare politica in cucina. E uno, in quanto poeta, a volte si sente in cucina, molto di più se è donna – ma perché mettersi a parlare degli spazi che disputiamo noi poetesse –. Se la nostra Costituzione ha prodotto qualcosa nel corso degli anni è stato proprio separare la politica dalla gente che vive nel paese o, come diceva Sofía Brito in un’assemblea, la Costituzione ha scelto la parola «nazione» laddove doveva dire «popolo», il linguaggio ha fatto il suo, e il suo, in questo caso, è stata una crepa.

3.

Le risposte che ci siamo dati in quell’assemblea sono state più o meno unanimi: mettere i nostri strumenti – principalmente il linguaggio – a disposizione della gente, dare visibilità alle storie delle vittime, scrivere i loro racconti, umanizzare i numeri che appaiono sulla stampa (dare loro dei nomi, un tempo, una quotidianità, uno spessore) scrivere quello che la stampa non scrive, raccogliere informazioni, compiere un gesto archivistico. Però mi è rimasta una mezza sensazione che ci siano altre cose a cui pensare, e che per pensarle abbiamo bisogno di tempo e, soprattutto, di informazioni. Che in qualche modo bisogna superare questa crepa – a proposito, è Denise Levertov che parla di una crepa nella poesia, legata alla comprensibilità, ed è da lì che prendo la parola – che esiste tra la cultura e la politica. E che non ci si può limitare a rispondere a questa crepa attraverso post di Facebook simili a quelli che ho letto i primi giorni e che dicevano che adesso più che mai bisogna difendere una poesia situata o politica, perché allora la risposta sarebbe cominciare tutti a scrivere poesia politica, modificare le nostre estetiche, la nostra relazione con la sintassi, con la tecnica e con un’etica del linguaggio? Vale a dire, uniformare i nostri modi di avvicinarci alla letteratura e alla scrittura – cosa che, in ogni caso, mi sembra prossima al fascismo –. Durante l’assemblea mi sono fatta questa domanda ad alta voce di fronte a un poeta mapuche e la mia risposta, e la sua, è stata no.

Quindi che fare? Se non diventiamo tutti poeti politicizzati – in quanto agli argomenti che trattiamo nelle nostre opere –, cosa facciamo noi poeti in tempi miseri? Una risposta è tacere, come ho letto in altri post di Facebook, ad esempio questo: «La poesia si sta facendo per le strade e la stanno facendo altri più puri. È il momento di tacere». Cosa vuol dire tacere? Smettere di scrivere, mettere la tastiera da parte, abbassare la penna. Ma perché? Chi sono questi «più puri»? In quale stato di impurità ci troviamo noi poeti per il quale lo scrivere non è soltanto un’impossibilità – come lo è ogni volta che ci si scontra con il linguaggio e con la mancanza di sovranità che proviamo davanti alle parole –, ma addirittura il non scrivere è diventato una richiesta?

Opposto all’assoluto silenzio letterario, potremmo pensare, si colloca quella che è interpretabile come complicità con il potere. La seduzione del mercato, alla quale alcuni scrittori ed editori provano a resistere da trincee personali e collettive. Penso a «14 scrittori narrano la crisi come un’opera di finzione», pubblicato su La Tercera, quotidiano che abbiamo visto manipolare dati e inventare fatti, celare ciò che succede nelle strade con un’oscurità tale che solo un ingenuo – o un filogovernativo – non noterebbe. E la reazione in messaggi privati, di gruppo e pubblici come questo post di Facebook: «La Tercera lo ha presentato come letteraura d’occasione, abbellimento – ma di cosa stanno parlando! –, di un momento molto divertente: depoliticizzazione e simpatica atmosfera da chiacchiere del dopopranzo. Spero che questo sia un grande feretro per il modo limitato con cui il neoliberalismo cileno ha voluto intendere la scrittura, una grande tomba per la letteratura di mercato e per la vetrina di personalità che sintetizzano la questione letteraria come se fosse una gara». È qui che stava l’impurità che impedisce a noi poeti e scrittori di scrivere, che è, in fin dei conti, quello che sappiamo fare? Quale meccanismo mentale si innesca quando La Tercera invita uno scrittore o una scrittrice a scrivere i fatti in modo diverso, trasformandoli in finzione? Che frivolezza, mi ha detto un amico anche lui scrittore. Immensa ingenuità o uso degli scrittori da parte dei media che stanno dietro al mercato? Questa discussione si è generata a partire dal post che ho citato. Ho forse un’altra intuizione sempre parziale: là dove la gente e la politica succedono in luoghi separati, grazie al nostro sistema profondamente neoliberale, è possibile assistere a questa sfilata di autori, anche diversi tra loro per esperienza, radicalità o servitù, tutti riuniti in un mezzo di comunicazione filogovernativo in un momento sociale triste e brutale (questa crepa è presente anche nella letteratura: una poesia come domanda e offerta, una poesia inno presidenziale). E così le interpretazioni più ovvie risiedono nell’individualismo: ego, bisogno di apparire, desiderio di far parte del canone, letteratura messianica, poesia epica mediante l’appropriazione di quanto accade al popolo e alla cittadinanza – della quale il poeta non farebbe parte: ci sono i cittadini da un lato, i poeti dall’altro –. L’arte, che sta in secondo piano, sa che stare nel primo, in questo mondo, vuol dire arrivare al potere e il potere sta nei mezzi di comunicazione ufficiali. Poco tempo fa ho avuto una discussione su questo argomento in una chat di gruppo: non tutti i giornalisti di un mezzo di comunicazione ufficiale sono uguali, ma quei mezzi rappresentano l’unico modo di sopravvivenza personale perché in Cile hanno sostanzialmente il monopolio. Sì lo so, lo sappiamo tutti (è pieno di comunicati di lavoratori di mezzi di comunicazione contro quegli stessi mezzi). Ma in questo alcuni di noi abbracciano l’intenzione di radicalismo: il desiderio di generare altri mezzi e, per lo stesso motivo, di costruire comunità altre di lettori. Come si può vivere in un mondo che ci antecede e che ci sopravviverà e passarci attraverso con l’attitudine del cinico moderno che ogni giorno afferma che «non c’è niente da fare». È possibile fare politica in cucina, così come è possibile la micropolitica e pensare il mondo da lì. Nessuno di noi sarà un grande eroe, ma questo non riduce il nostro campo d’azione a zero né implica pensare da dove proviene un invito. Abitare una iperigienizzazione – il silenzio – o un’ipercontaminazione – pubblicare su La Tercera – non possono essere le uniche due alternative. Vorrei pensare che non siano le uniche due alternative e che questo mero fatto contenga in sé un immenso stimolo a generare altri modi.

4.

Forse ciò che mi infastidisce sono queste stratificazioni di doveri: non scrivere affatto o scrivere ma in un determinato modo, con determinati argomenti, o in maniera didattica – come se il popolo avesse bisogno di una didattica e, oltretutto, noi fossimo preparati per decidere quale –. Forse ciò che mi irrita è questo momento in cui ci diciamo cosa fare o come farlo, in cui ci esortiamo a stare al nostro posto. (Mi domando quale altro mestiere sarà chiamato a tapparsi la bocca). E qual è il posto che ci spetta e che siamo chiamati a occupare in silenzio. Un’altra frase in un cartello: «Che gli artisti vengano stipendiati e i politici siano volontari». Rimanere in silenzio comporterà restare lì, nel volontariato rassegnato? A volte quando mi trovo in mezzo ad altri scrittori mi chiedo di cosa vivranno, di cosa saranno fatte le loro quotidianità e urgenze. Se me lo chiedo è sempre partendo dal presupposto generale che nessuno vive di arte e che la maggior parte di noi, per non dire tutti, scrive nei ritagli di tempo in un mondo dove l’arte è sempre in secondo piano. Ancor di più la poesia, in questa insubordinazione che ha mantenuto rispetto al mercato (no, poeta messianico, poeta eroe, parlare per il popolo non ti renderà milionario, non ti ha finora reso milionario, al massimo potresti essere un oratore, che si spoglia della propria singolarità e che spoglia il popolo delle sue particolarità, penserebbe Ben Lerner).

Un’altra delle migliaia di frasi che abbiamo letto per strada diceva: «In Cile la professione artistica è un hobby» (e nessuno vive di un hobby, quindi bisogna essere anche qualcos’altro, attrezzarsi in altri modi). O in un altro cartello: «Violenza è perdere migliaia di talenti perché “non si vive di arte”» o «Violenza è che ti dicano che morirai di fame perché sei un artista». Mentre ci interroghiamo tra di noi come pari, le strade parlano di far scendere l’arte dall’Olimpo e, allo stesso tempo, di smetterla di precarizzare gli artisti. Non sarebbe quindi una sorpresa per nessuno che pochi salissero sull’Olimpo e la maggior parte di noi rimanesse in basso cercando modi per sopravvivere. La precarizzazione degli operatori della cultura non è una novità, tutto il contrario: la accettiamo come base del mestiere. Pensiamo, inoltre, a quanti prigionieri politici, torturati ed esiliati ci sono tra gli artisti nella dittatura del nostro paese e in qualsiasi altra dittatura. Dove si instaura un governo autoritario, l’arte è solita essere colpita per la sua insubordinazione. E adesso salta fuori che noi stessi ci stiamo riempiendo di regole, doveri e sentenze.

Inizialmente, quello che facciamo noi scrittori – non voglio parlare per tutti ma lo sto facendo – è essere dei normalissimi civili. Ed essere un normalissimo civile oggi significa, tra le altre cose, essere uno di quei puntini che si vedono nelle foto panoramiche in plaza de la Dignidad (ex plaza Baquedano, ex plaza Italia), coprirsi la faccia o la bocca, girare con occhiali o mascherine, scrivere cartelli o striscioni, sventolare una bandiera o sbattere una pentola (non mi scorderò mai un tweet del 19 ottobre in cui Adriana Valdés diceva: «Spero solo che qualcuno sappia cosa sta facendo. Qualcuno» e Kena Lorenzini le rispondeva: «Faccio quello che posso e ho battuto le mie pentole». Dubito che il 19 ottobre «noi scrittori» abbiamo saputo cosa fare a parte battere le nostre padelle che è, appunto, ciò che abbiamo fatto almeno per un’intera settimana di fila). Ma dopo essere tornati nelle nostre case e aver sentito da tutte le finestre «El derecho de vivir en paz» di Víctor Jara o il discorso di Allende nella parte in cui ci manda nelle nostre case («Vi dico di tornare alle vostre case con la sana allegria della vittoria pulita che abbiamo ottenuto. Questa notte, quando accarezzerete i vostri bambini, quando cercherete di riposare, pensate al difficile futuro che ci aspetta, quando dovremo mettere più passione e più amore per rendere sempre più grande il Cile e sempre più giusta la vita nella nostra patria»), una si siede e pensa: beh, non ho figli, di grazia ho una casa e cercando di riposare mi stordisco con un rize, un clona o – la pastiglia più economica che ho trovato per dormire – un zopiclona, bene, e adesso? Un mio amico artista visivo diceva: metterci più passione e più amore. Ci teniamo questa parte: più passione, più amore.

5.

Cosa vuol dire più passione, più amore, essendo «un artista», uno scrittore, un poeta. Alla fine la giornata vola via nelle manifestazioni e, sulla strada di ritorno a casa a piedi, penso e ripenso a queste domande che portano solo ad altre e ad altre ancora che si prendono per mano in un girotondo per niente piacevole e, all’inizio, inconcludente. Forse alcune idee mi sono venute durante una lezione aperta tenuta da Sofía Brito a Casa FECH e con la domanda di una ragazza sul ruolo della cultura nella Costituzione dell’’80. La risposta di Sofía è stata «la cultura non c’è in quella Costituzione». Tornando a casa, ho cercato la parola nel testo e compare in modo molto ambiguo: «Spetterà allo Stato, ugualmente, promuovere lo sviluppo dell’educazione a tutti i suoi livelli; stimolare la ricerca scientifica e tecnologica, la creazione artistica, nonché la protezione e l’incremento del patrimonio culturale della Nazione» (al numero 10, «Il diritto all’educazione» dell’articolo 19). Vale a dire, lo stato stimola (ma non assicura) e, in ogni caso, delega alle municipalità parte della responsabilità, secondo l’articolo 118 («Amministrazione comunale»): «Le municipalità potranno associarsi tra di loro in conformità con la rispettiva legge organica costituzionale, potendo dette associazioni godere di personalità giuridica di diritto privato. Ugualmente, potranno costituire o integrare corporazioni o fondazioni di diritto privato senza fini di lucro il cui obiettivo sia la promozione e la diffusione dell’arte, della cultura e dello sport, o il sostegno a opere di sviluppo comunale e produttivo». Questo mi ha fatto pensare alla Recoletras, la libreria popolare che quest’anno il sindaco Daniel Jadue ha istituito nel proprio comune. E agli attacchi di nervi di alcuni librai che vedevano crollare – nella loro immaginazione – la loro economia personale. Mi chiedo cosa penseranno oggi quei librai che, oltretutto, non essendo librai di grandi catene posseggono nelle loro scansie illustrissimi libri di pensatori riflessivi e «intelligenti» che difficilmente avrebbero sopportato la loro obiezione, indipendentemente dal motivo.

6.

In Cile, una grande parte di noi poeti è editore o lavora in qualche area della cultura – ci sono le bollette da pagare, direbbe qualcuno –. Un modo per entrare nell’argomento è diventare dei validi interlocutori nelle assemblee per pensare che cosa della cultura sia necessario includere in una nuova Costituzione o nell’ambito della discussione su di essa. Una scrittrice invitava su instagram a «scrivere collettivamente un’opera di finzione che costruisca un mondo possibile tra di noi» in un laboratorio gratuito di scrittura. Forse non dovremmo soltanto scrivere un’opera di finzione, ma piuttosto pensare a cosa potremmo fare nella realtà, a partire dal mondo del libro, per dare una svolta alle cose. Che cosa significa che l’arte venga fatta per la gente andando oltre un tema, una corrente letteraria o un modo di avvicinarsi al linguaggio. E ciò che Allende vide in un progetto come Quimantú, che durò un paio d’anni come casa editrice dello Stato e così come l’Unidad Popular, e i lavoratori, l’avevano concepita, prima che arrivasse il golpe che buttò tutto all’aria – Quimantú fu rifondata e ribattezzata durante la ditattura e, come se non bastasse, la chiamarono Empresa Editora Nacional Gabriela Mistral –. O moltiplicare la visione di Jadue e avere delle biblioteche popolari per circoscrizioni o comuni. O entrambi. E questo, editore, libraio, non manderà in rovina la tua impresa, non è l’apocalisse. Penserei addirittura il contrario: dove c’è una comunità che non può accedere al libro, dei progetti statali come librerie e case editrici popolari creerebbero comunità di lettori e potenzierebbero, di fatto, le nostre attività individuali. Come conoscitori del mondo del libro, delle sue precarietà, vuoti, potenzialità e degli interessi e dei bisogni dei lettori, non possiamo lasciare questa discussione a un comitato di esperti che non hanno mai realizzato un libro nella loro vita o a uno scrittore che nei suoi momenti liberi redige i discorsi di Piñera – scrivete qui a chi staremo mai pensando –. Così come non vogliamo nemmeno lasciare la crazione di una nuova Costituzione a un comitato di esperti, ma bensì costruirla attraverso un’assemblea costituente nella quale sentirci rappresentati.

Il silenzio della scrittura è possibile (mi dispiace, dico alla scrittrice che mi ha interpellata per la mia reazione lenta e per non aver tappezzato internet di articoli, che, in ogni caso, non è mai stato il mio luogo di scrittura), ma il silenzio come civili pensanti non può – e lo sapeva già Oppen – mangiarci la testa. E questa crepa tra la politica e il popolo generata dalla Costituzione adesso ha assunto una bella sfumatura: è fatta per essere superata.

 

 

Julieta Marchant (Santiago, 1985). Condirettrice dei marchi editoriali Cudro de Tiza Ediciones ed Editorial Bisturí 10. Ha pubblicato Urdimbre (Inubicalistas, 2009); Té de jazmín (Marea Baja, 2010); El nacimiento de la hebra (Edicola, 2015), tradotto parzialmente in inglese come The Birth of Thread, traduzione di Thomas Rothe (Tinfish Press, 2019); Habla el oído (Cuadro de Tiza, 2017) e Reclamar el derecho a decirlo todo (Pez Espiral, 2017).

 

* Friedrich Hölderlin 2001, ‘Pane e Vino’ in HÖLDERLIN, Tutte le liriche, trad. It di Luigi Reitani, i Meridiani Mondadori, Milano, pp. 951-952.