Con la pubblicazione di Diario di una bambina inutile, in libreria da luglio, torna nel catalogo di Edicola un genere che ci è particolarmente caro: la cronaca. Da Alfonsina Storni a Pedro Lemebel fino a María Moreno, le cronache portate in Italia da Edicola raccontano il mondo da prospettive eccentriche e marginali, unendo giornalismo, letteratura e politica. Abbiamo dedicato un approfondimento proprio a questo genere, per mettere in relazione le voci di tre autori che, in tempi e modi diversi, hanno usato la cronaca per interrogare e intervenire sulla realtà: Alfonsina Storni, Pedro Lemebel e María Moreno.

Un genere ibrido
La cronaca è un genere centrale della letteratura ispanoamericana. Dalle prime testimonianze dei cronisti delle Indie, che narravano la conquista del Nuovo Mondo, alla cronaca contemporanea, passando per la cronaca modernista e il nuevo periodismo degli anni Sessanta e Settanta, la cronaca ha attraversato secoli e contesti diversi, mantenendo sempre una tensione costante tra giornalismo e letteratura. Il genere si distingue infatti per la sua natura ibrida e resiste a ogni tentativo di definizione univoca: unisce elementi del romanzo, del reportage, del racconto, dell’intervista, del teatro, del saggio e dell’autobiografia. È racconto del reale e al tempo stesso interpretazione, cronaca dei fatti ma anche sguardo autoriale e soggettivo: chi scrive è presente nel testo, prende posizione, sceglie cosa e come raccontare. Tra Ottocento e Novecento, con l’emergere del giornalismo e l’affermarsi della scrittura come professione, la cronaca diventa uno spazio privilegiato di sperimentazione di stile e di idee. La cronaca modernista, erede dei tableaux vivants, fissa la velocità del mondo urbano e la frammentazione della vita moderna, raccontando una città in continuo mutamento. Nella cronaca contemporanea, autori come Pedro Lemebel o María Moreno hanno ereditato e radicalizzato questa tradizione, fondendo racconto, saggio, testimonianza e poesia. Nelle loro opere, la cronaca diventa uno strumento di resistenza con cui dare visibilità a ciò che la storia ufficiale tende a escludere.

Alfonsina Storni: cronache di una donna moderna
Nella Buenos Aires di inizio Novecento, Alfonsina Storni porta la cronaca in un territorio nuovo, quello delle sezioni femminili di giornali e riviste. Scrittrice professionista, Storni rovescia la funzione di questi spazi considerati marginali e frivoli, che accoglievano rubriche di moda e consigli domestici, e li trasforma in spazi di dibattito politico, dove discutere di diritti civili, lavoro femminile, morale borghese e disuguaglianza di genere. Diario di una bambina inutile  raccoglie una selezione di queste cronache, pubblicate tra il 1919 e il 1921 su La Nota e La Nación. Ve le abbiamo raccontate nel Gran Malón di luglio, attraverso le parole dell’editrice Alice Rifelli e del traduttore Alberto Bile Spadaccini. 
Le cronache di Storni assumono forme diverse: ritratti ironici, profili di donne lavoratrici, brevi quadri di vita urbana, testi polemici e panfletari, articoli di analisi e critica sociale; oscillano tra il tono confidenziale e quello combattivo, tra la riflessione privata e la denuncia pubblica. Con ironia e sarcasmo, ma anche con l’analisi di dati concreti come statistiche e testi legislativi, l’autrice smaschera l’immaginario patriarcale, denuncia la retorica della virtù domestica e mette in luce la tensione tra l’emancipazione femminile e i limiti imposti dalla società e dalle istituzioni. 

«E a me, come donna, la donna interessa principalmente perché sopporta da troppo tempo una sanzione artificiale che l’ha sempre additata come incarnazione del disonore, come fonte malsana del peccato [..] Da qualche parte bisogna cominciare: la protesta contro le incapacità legali attribuite alle donne è un primo passo; la nostra voce deve arrivare al Congresso, dove siedono i nostri rappresentanti, ed esigere, con la fermezza e la tranquillità propria dei popoli degni, una prima prova del fatto che la civiltà esiste.»
(“A proposito delle incapacità relative delle donne”, 10 ottobre 1919)

Elemento centrale di questi testi sono infatti le “donne che lavorano”,sintomo di una trasformazione sociale in atto. In una Buenos Aires in piena modernizzazione, sarte, maestre, dattilografe, commesse e pittrici affermano la loro presenza nello spazio pubblico. Nelle sue cronache, Storni costruisce una soggettività politica che si oppone al discorso dominante e introduce un nuovo soggetto sociale: la donna moderna.

Pedro Lemebel: cronache di una loca
Autore estremamente prolifico, Pedro Lemebel ha scritto centinaia di cronache, pubblicate su giornali o lette in radio, che a partire dagli anni Novanta sono state riunite in otto raccolte. A gennaio di quest’anno gli abbiamo dedicato un Gran Malón, dove abbiamo voluto ricordarlo in occasione dei dieci anni dalla sua scomparsa.  Negli ultimi anni, Edicola ha portato in Italia due di queste raccolte: Di perle e cicatrici (2019) e Folle affanno  (2023), oltre ai racconti Irraccontabili (2020).
Come i modernisti, nelle sue cronache Lemebel mette al centro l’esperienza urbana, ma privilegia le storie di chi vive ai margini, di chi è stato escluso dalle narrazioni ufficiali: poveri, travestis, prostitute, migranti, malati di AIDS, vittime della violenza dello Stato sono protagonisti di una nuova cartografia. Nel Cile della transizione democratica, le sue cronache diventano uno spazio di resistenza, un archivio della voce collettiva che rimette in scena quello che voleva essere occultato. Arrivando alla cronaca quasi per caso, il suo stile è volutamente ibrido e “bastardo”: i suoi testi oscillano tra biografia, testimonianza, racconto, poesia e oralità. È una scrittura travesti che rifiuta l’ordine e la purezza dei generi, e che fa della contaminazione la propria forza espressiva.

«Io dico cronaca tanto per dire qualcosa, forse perché non voglio incasellare o recintare i miei frammenti di scrittura dentro una ricetta che possa immobilizzare la mia penna o fissarla in una categoria letteraria. Potrei provare a definire ciò che faccio come un caleidoscopio oscillante, dove trovano posto tutti i generi o sottogeneri che rendono possibile una strategia di scrittura: la biografia, la lettera, la testimonianza, la canzone popolare, l’oralità, eccetera. Credo di aver scelto questa forma per le varie possibilità che mi offre o che posso inventarmi. Per dirla in linguaggio travesti, è come avere il guardaroba di Lady D. nel computer […] Credo che la mia scrittura sarà sempre esposta agli sbalzi e alle tempeste del mio cuore:per me la letteratura non è altro che questo, una lavagna da sporcare di strategie desideranti.»
(Intervista a Pedro Lemebel)  

María Moreno: cronaca di un crimnale

«Brr! Che freddo! Notte fonda nella Città Bacillo (come un nuovo focolaio dell’anomalia dominante). […] Bambini curvi su pozzi fumanti soffiavano bottiglie, altri limavano bordi di barattoli. Avevano occhiaie come succhiotti e grembiuli grigi come le nubi prima della tempesta.»

Pubblicato per la prima volta negli anni Novanta e rieditato nel 2021, L’atroce storia di Santos Godino. El Petiso Orejudodi María Moreno è arrivato in Italia a fine 2024: ce lo hanno raccontato l’editore Paolo Primavera e la traduttrice Francesca Lazzarato in questo numero del Gran Malón.
In questo libro, a partire da un minuzioso lavoro di documentazione, Moreno ricostruisce il caso di Cayetano Santos Godino, bambino assassino della Buenos Aires di inizio Novecento. Come un collage, Il Petiso Orejudoriunisce materiali e testi eterogenei – articoli di giornale, perizie mediche, atti giudiziari, cronache dell’epoca, tanghi, interviste e voci popolari – e li monta in una struttura narrativa complessa. Più voci costruiscono il testo: quella del cronista, che riporta a sua volta fonti e voci diverse, e quella di un poeta macabro. La molteplicità delle prospettive costruisce una distanza critica rispetto ai discorsi che hanno raccontato i crimini e la figura di Santos Godino – quelli della scienza, della legge, della stampa, dell’immaginario popolare – e rivela come questi abbiano contribuito a creare “il mostro”. In questo modo, il testo mostra che il Petiso non è solo un assassino, ma un prodotto della miseria, dell’abbandono e del giudizio della società e dello Stato. La cronaca diventa un esercizio di revisione storica: interroga la “verità” e fa emergere l’assenza delle voci marginalizzate e silenziate.

«Accanto all’ironico e dolorosamente sarcastico narratore onnisciente della prima versione, che non manca di cedere a più di una tentazione metaletteraria e inserisce nel racconto documenti d’archivio, perizie mediche, articoli, interviste, allusioni a personaggi dell’epoca, Moreno ne ha collocato un secondo, un «poeta macabro dalla squisita e tropicale immaginazione» che dà spazio a travestiti, truffatori, ladruncoli, freaks, malati di mente, bambini sfiniti dal lavoro in fabbrica, sartine tisiche, bimbette arse vive dalla furia del Petiso e galeotti in marcia nel glaciale paesaggio patagonico.» (Francesca Lazzarato)

Le cronache di Edicola
Nel catalogo di Edicola la cronaca occupa un posto centrale, non solo come genere, ma come modo per interpretare e interrogare il reale. Alfonsina Storni, Pedro Lemebel e María Moreno se ne appropriano in modi e tempi diversi. Storni apre una breccia nello spazio pubblico, portando la voce delle donne nei giornali e trasformando la cronaca in uno strumento di emancipazione e critica sociale. Nelle sue cronache urbane, Lemebel la traveste, la contamina, dando la parola o un volto a chi vive ai margini. Moreno la smonta e la ricostruisce: interroga gli archivi per smascherare come la stampa, la scienza e la legge producano “mostri”, invitandoci a mettere in dubbio questi discorsi attraverso una complessa opera di montaggio. Tutti e tre scelgono questa forma bastarda, che si muove tra giornalismo e letteratura, per restituire visibilità a ciò che la storia tende ad escludere. Così, queste cronache costruiscono una contro-storia, fatte di voci e sguardi che interrogano il potere e ribaltano i punti di vista. Ripubblicarle e leggerle oggi significa riscoprire l’attualità di questi testi, nati dall’urgenza di dire, ricordare, disturbare.