Il 23 gennaio 2015 ci lasciava lo scrittore cileno Pedro Lemebel. Con la sua scrittura irriverente, ironica e militante, Lemebel ha denunciato la violenza della dittatura, le contraddizioni della transizione democratica e la marginalizzazione delle dissidenze sessuali, rivoluzionando il panorama politico e culturale latinoamericano e trasformandosi in un simbolo universale di resistenza e libertà. Nel giorno del decimo anniversario della sua mortevogliamo ricordarlo attraverso un suo ritratto e i contributi della scrittrice Alejandra Costamagna e dell’editore Paolo Primavera.

Pedro Lemebel nasce nel 1952 in un quartiere popolare di Santiago del Cile. Si avvicina al mondo della letteratura all’inizio degli anni Ottanta quando partecipa al laboratorio di scrittura di Pía Barros e pubblica i suoi primi racconti, Irraccontabili (trad. di Silvia Falorni, Edicola, 2020). È l’ultimo testo che lo scrittore firma come Pedro Mardones prima di adottare il cognome della madre come “gesto di alleanza con il femminile”. 

Dopo questo primo esperimento si dedica al genere della cronaca, componendo centinaia di testi brevi, pubblicati su giornali o letti in radio, che nel corso degli anni riunisce in otto raccolte. È particolarmente importante l’esperienza del “Cancionero”, il programma che Lemebel conduce nel 1996 per l’emittente femminista Radio Tierra, grazie al quale i suoi testi arrivano a un pubblico più ampio. In queste cronache, raccolte in Di perle e cicatrici (trad. di Silvia Falorni, Edicola, 2019) l’autore svela i lati più bui del Cile della dittatura e post-dittatura attraverso i ritratti di vittime, carnefici e complici. 

Attraverso i laboratori di scrittura Lembel entra in contatto anche con il mondo della militanza politica di sinistra, con cui manterrà sempre un rapporto critico e conflittuale a causa dei pregiudizi nei confronti dell’omosessualità all’interno dei partiti. È proprio durante una riunione politica che nel 1986, con la falce e il martello dipinti sul volto e i tacchi alti ai piedi, l’autore legge il suo famoso manifesto Hablo por mi diferencia, che potete trovare sul nostro blog. Il testo è contenuto nella raccolta Folle affanno. Cronache del contagio (trad. di Silvia Falorni, Edicola, 2022), dove l’autore racconta la comunità omosessuale, trans e travesti negli anni della crisi dell’AIDS, rendendo omaggio alle locas, le regine proletarie che tra piume e tacchi a spillo diventano il simbolo di ogni marginalità e resistenza. L’anno successivo crea insieme a Francisco Casas il collettivo Las Yeguas del Apocalipsis, un duo artistico che unisce la militanza di sinistra e quella omosessuale, irrompendo negli spazi pubblici attraverso la performance e il travestitismo per denunciare le violazioni dei diritti umani.

Nel 2011 a Lemebel viene diagnosticato un cancro alla laringe e perde parzialmente la voce dopo la rimozione di una parte delle corde vocali. “La voce è importante per gli omosessuali, perché si riconoscono sempre dalla voce. E anche se ho la voce da morta, sono malata di vita”, dirà in un’intervista per Revista Ñ. Nel comunicato che annuncia la sua morte si legge: “Pedro è stato affetto per molto tempo da un cancro alla laringe e ha lottato molto contro questa malattia terribile, che ha cercato di lasciarlo senza voce, ma chi potrebbe mai lasciare Lemebel senza voce?

La parola come strumento sovversivo
Un omaggio di Alejandra Costamagna a Pedro Lembel (Revista Anfibia)

Mi piaceva la faccia che facevano i miei alunni quando leggevano Pedro Lemebel per la prima volta. Quando lo ascoltavano, in realtà, perché io portavo le sue perle, le sue cicatrici e i suoi folli affanni, e all’improvviso mi mettevo a leggerli ad alta voce. Parlavo in nome della sua differenza, della differenza di Pedro, della differenza di quegli studenti che arrivavano ai corsi gratuiti di Balmaceda 1215 a cercare un posto dove affilare le loro giovani penne. Era ancora il ventesimo secolo e Lemebel muoveva montagne con una fede tutta sua: con la tenacia di chi difende ciò che è. Mi ricordo la faccia degli studenti quando sentivano che essere povero e frocio era peggio, che bisognava essere acidi per sopportarlo, girare alla larga dai machos dell’angolo. Poi si lanciavano a scrivere, gli studenti, e gli venivano fuori dei testi sfrontati, pieni di rabbia e di vita. Mi piaceva anche la faccia che facevano altri alunni, quelli di un corso più fighetto, nel barrio alto. Ma quelle facce lì mi piacevano per altri motivi. Arrossivano al bacio di Lemebel a Joan Manuel Serrat, quella “sete cremisi di una bocca succhiona”. O all’immagine di Cecilia Bolocco “sdolcinata in posa con Augusto [Pinochet, n.d.t.]”. E si muovevano a disagio nei loro posti al racconto delle serate letterarie a casa di Mariana Callejas, “un’innocente casa a doppia lama dove letteratura e tortura si coagulavano nella stessa goccia di tintura di iodio, in un’amara memoria festiva che soffocava le vocali del dolore.” Mi piaceva vedere quelle facce contrariate e vedere che poi si appuntavano, come chi non ne ha voglia, le informazioni su quello scrittore così sedizioso e senza peli sulla lingua che finiva per ammaliarli. Mi ricordo della donna che un giorno arrivò a lezione con un libro foderato con una carta a fiorellini. Le chiesi cosa stava leggendo, cosa c’era sotto a quell’incarto. Erano le cronache del contagio [Folle affanno, n.d.t.] di Lemebel, che la donna non aveva il coraggio di portare in borsa a pelle nuda. In realtà, mi confessò poi, era perché suo marito non la beccasse a leggere quello scrittore frocio. Perché la parola di Pedro Lemebel è uno strumento sovversivo. Oggi penso che sia possibile leggere i suoi libri come il ritratto frammentato di un paese pieno di crepe. Lemebel tirava fuori la sua voce da leone gay per disegnare il profilo di un Cile omofobo, classista, segregato. E illuminava quei margini che conosceva così bene perché li viveva sulla propria pelle. “L’occhio della loca non si sbaglia mai”: è così che firmava la rubrica della domenica che avuto per anni sul giornale La Nación. E ci prestava quegli occhi di loca perché noi, i suoi lettori dispersi, potessimo vedere quello che le luci e gli splendori di un paese accecato si impegnavano a nascondere. Con le sue cronache urbane, Lemebel non solo cancellava le rigide frontiere tra i generi, ma rivitalizzava la letteratura locale e dava un senso di appartenenza alle parole che ci sbatteva in faccia. Che non gli abbiano dato il Premio Nacional è un’altra delle ingiustizie di questo Cile malato di consensi e di possibilità. 

Fare eco
L’editore Paolo Primavera racconta l’esperienza di Edicola nel tradurre e pubblicare in Italia la voce di Pedro Lemebel.