Qui vi abbiamo parlato della nuova veste grafica di Edicola, un cambiamento che accompagna i dieci anni della casa editrice, riflettendo sull’evoluzione e sugli obiettivi del nostro progetto editoriale. Fin dall’inizio, abbiamo pubblicato opere che non solo raccontano storie, ma che stimolano una riflessione critica sul nostro presente e le sue sfide. Edicola e i suoi libri si fanno piazza: uno spazio di scambio, confronto e comunità in grado di generare riflessioni collettive. 
In questo approfondimento vogliamo soffermarci su un tema che attraversa tutto il nostro progetto editoriale: la lingua come luogo di conflitto. La riflessione sulla lingua, che spesso si intreccia con temi come la migrazione, la memoria, la traduzione e la scrittura, è centrale per Edicola, perché invita a interrogarci sui modi in cui tutti i giorni ci definiamo e ci relazioniamo, in cui costruiamo la nostra identità e ci confrontiamo con il mondo. 
In questo malón, quindi, a partire da Storia della mia lingua di Claudia Apablaza, da una conversazione con l’autrice e da una riflessione sfociata poi in un incontro collettivo dedicato a traduzione e colonialismo linguistico che si è tenuto qualche giorno al festival Staffette, proponiamo degli spunti e delle riflessioni condivise sulla lingua come sistema di comunicazione che non è mai neutro, ma che si configura come un campo di battaglia dove identità, potere e appartenenza si scontrano e si ridefiniscono. 

La lingua come luogo di conflitto

La protagonista, nonché narratrice, di Storia della mia lingua è come Apablaza una scrittrice cilena che si trasferisce con il marito e la bambina piccola a Madrid. All’esperienza della migrazione si intreccia quella di un trattamento dentale a cui si sottopone la protagonista, costretta a mettere l’apparecchio per un’occlusione dentale scorretta causata dalla lingua che spinge in avanti i denti. Queste due esperienze – la migrazione e il trattamento dentale – sono il punto di partenza di una riflessione sulla lingua nei suoi diversi significati, da un lato nella sua accezione anatomica, come organo fisico di masticazione, deglutizione e articolazione del linguaggio, dall’altro la lingua come sistema di comunicazione, sul modo in cui comunichiamo e ci relazioniamo con il linguaggio.
All’interno di questa riflessione, Apablaza si sofferma sui modi in cui la lingua viene controllata: cosa succede quando una lingua, parlata o fisica, non si comporta come dovrebbe? Da un lato, viene rimessa al suo posto attraverso l’ortodonzia e la logopedia, nell’altro viene controllata da norme e gerarchie linguistiche che attribuiscono maggiore prestigio ad alcune varianti rispetto ad altre. È il caso dello spagnolo, una lingua parlata da quasi 600 milioni di persone, che si è espansa attraverso la colonizzazione e si è frammentata nel tempo, dando vita a molte varianti che rispondono a differenze geografiche, storiche e sociali. Tuttavia, lo spagnolo parlato in Spagna ha tradizionalmente un valore normativo che viene imposto alle varianti di altre regioni, come quelle latinoamericane, creando così un contrasto tra una lingua “standard”, considerata più prestigiosa, e altre varianti “periferiche”, spesso percepite come meno corrette. Questo contrasto, radicato nella storia coloniale e nelle sue dinamiche di potere, riflette una gerarchia linguistica che continua a influenzare la percezione e l’uso dello spagnolo nelle diverse regioni del mondo.
La rappresentazione della lingua come luogo di conflitto emerge fin dalle prime righe del testo di Apablaza. La lingua, la bocca, le labbra vengono ferite dall’apparecchio, che la protagonista dice di non sopportare e che descriverà come una museruola, sottolineando il controllo che esercita sulle sue possibilità di muoversi liberamente. C’è poi l’incontro-scontro tra due lingue diverse, la sua e quella della dentista, che hanno modi diversi di dire le stesse cose: foto o radiografia, bebé o guagua. È chiarissimo però nella rappresentazione di Apablaza che non sono solo modi diversi di muovere o parlare la lingua, ma che all’interno di questa diversità c’è un modo giusto, una norma, e un modo sbagliato, che va corretto. Le parole utilizzate dalla protagonista, infatti, vengono percepite come strane o sbagliate, generando difficoltà comunicative, incomprensioni e disagio. A partire da queste prime pagine, il testo stabilisce un parallelismo tra il sentire qualcosa di estraneo nella bocca e il sentirsi un’estranea, una straniera in una lingua, lo spagnolo, che dovrebbe essere condivisa e familiare, ma che non lo è.

Mi comporto come la colonizzatrice di me stessa

Di fronte a questi conflitti, la protagonista si autocontrolla, si autocensura e si autotraduce: prova a far sembrare il suo spagnolo il più neutro possibile, per evitare fraintendimenti o situazioni scomode. Come leggiamo in uno dei frammenti più significativi del testo, “si comporta come la colonizzatrice di sé stessa”. Rendere più neutra la sua lingua, però, significa anche neutralizzare la propria diversità e alterità. Per evitarlo, la protagonista vive in un processo di negoziazione continua, avanza e retrocede su quello che si configura come un vero campo di battaglia, scegliendo strategicamente quando sottolineare la sua alterità o quando nasconderla. Si tratta di un lavoro invisibile e costante che implica una fatica fisica, mentale e morale.

Oltre la Spagna e l’America Latina

Anche se il libro si concentra sull’esperienza migratoria tra Cile e Spagna e sulle dinamiche di potere tra lo spagnolo cileno e quello iberico, alcuni episodi ampliano questa riflessione. In uno di questi, in cui la protagonista ricorda la sua partecipazione a una residenza di scrittura in Italia, l’insistenza di un altro autore latinoamericano nel comunicare in inglese, nonostante entrambi parlassero spagnolo, solleva questioni riguardanti il prestigio associato a lingue diverse in contesti internazionali. 
In un altro episodio, invece, la narratrice racconta di come il suo trasferimento dalla città di Rancagua alla capitale Santiago del Cile l’abbia portata a confrontarsi e scontrarsi con pregiudizi legati ai regionalismi e alle differenze linguistiche interne al paese. Questo episodio è molto importante perché marca nel testo il primo momento in cui l’autrice inizia a modificare consapevolmente il suo modo di parlare e viene recuperato a partire dalle riflessioni scatenate dalla sua esperienza in Europa. 

“Evidentemente Storia della mia lingua ha un antecedente che precede di molto la mia migrazione in Spagna. Diciamo che la prima ferita si è creata quando mi sono trasferita da un piccolo paesino, San Francisco de Mostazal a Rancagua. […] Queste due esperienze [lo spostamento da San Francisco de Mostazal a Rancagua e poi a Santiago] precedono l’esperienza del viaggio a Madrid e la mia scrittura nasce da lì. Anche per questo ho scritto la storia della mia lingua. Per questo lavoro su tematiche legate all’emigrazione. Se dovessi aggiungere un altro frammento al libro, alla storia della mia lingua, ne metterei uno che parli del trasferirsi da un paesino alla città. Non l’ho mai raccontato, ma io sono stata iscritta a una scuola bilingue, dove ho dovuto iniziare a parlare inglese, pregare in inglese, perché tra l’altro era una scuola cattolica. Improvvisamente ero in una classe dove i miei compagni avevano studiato inglese per 6 anni e io non avevo fatto neanche una lezione. Tra noi c’era un abisso. Credo che una buona parte del libro abbia a che fare anche con questa esperienza che non ho mai raccontato.”

Questi aneddoti complicano la riflessione di Apablaza, sottolineando come le dinamiche di potere e prestigio non riguardino esclusivamente le lingue delle ex-colonie e dell’impero, ma siano presenti in tutte le lingue e le loro varianti. E non si tratta solo di varianti geografiche — il cileno e lo spagnolo iberico, che potremmo ripensare in contesti più vicini a noi come il dialetto e l’italiano standard — ma anche di varianti sociali e culturali, che dipendono dai registri richiesti in determinate situazioni o dalle condizioni sociali dei parlanti: la lingua che usiamo in famiglia e quella che usiamo al lavoro, la lingua con cui scriviamo un saggio o quella con cui raccontiamo un pettegolezzo.

Tutti dovremmo scrivere la storia della nostra lingua

Apablaza ci permette, anzi, ci invita ad appropiarci delle sue riflessioni dicendo che tutti dovremmo scrivere la storia della nostra lingua. Da dove vengono le nostre parole? Quali registri alterniamo? Quali parole scegliamo e quali evitiamo? Quali accenti ci portiamo dietro? 

“Questo testo, se pensato collettivamente, può essere un artefatto o una formula di costruzione dei testi. A volte mi piace pensarlo così. Ha questa impronta, quella di poter essere una guida per pensare la propria lingua, una lingua ferita, colonizzata, frammentata, che è un’esperienza condivisa non solo tra i latinoamericani. È un’esperienza che si vive in tutti i paesi.”

Storia della mia lingua ci spinge a interrogarci proprio su questo: sulla lingua come archivio personale, come traccia delle nostre origini, dei nostri spostamenti, delle nostre relazioni e delle nostre scelte. In questo senso, il testo ci ricorda che ogni lingua è sempre molte lingue, e che ognuno di noi porta con sé una storia irripetibile di cui vale la pena prendere consapevolezza e, perché no, raccontare.