Impossibile lasciare la terra, che raccoglie i migliori racconti di Alejandra Costamagna, è atterrato da pochi giorni in libreria e al suo esordio al Salone del Libro di Torino è andato letteralmente a ruba. Terzo titolo della scrittrice cilena pubblicato in Italia da Edicola dopo la raccolta C’era una volta un passero (2016) e il romanzo Il sistema del tatto (2020), Impossibile lasciare la Terra ci accompagna nelle pieghe più profonde della natura umana, svelando le zone oscure nascoste sotto la superficie del quotidiano.
Una ragazza ossessionata dall’ex amante lo segue fino in Giappone. Due gemelle si giocano a morra cinese chi andrà a letto con il patrigno e chi con il fratello. Una malata terminale scappa dalla sua stanza di ospedale per suicidarsi, ma trovando l’ultimo piano chiuso per lavori, mangia il purè della mensa. Esplorando relazioni di coppia, legami tra sorelle, rapporti tra genitori e figli, in queste pagine l’autrice dà vita a personaggi fragili e ossessionati, intrappolati in relazioni disfunzionali che generano quasi sempre incomprensione e isolamento. Il corpo, segnato da pulsioni e malattie, diventa il mezzo per esprimere ciò che non si riesce a dire a parole.
In questa raccolta, Costamagna mette in scena il desiderio dei personaggi di superare i propri limiti e allo stesso tempo l’impossibilità di sfuggire alla propria condizione: restiamo ancorati alla terra, trattenuti da ciò che ci rende umani, dai legami, dalle fragilità e dalle contraddizioni che definiscono la nostra esistenza. 

Per questo nuovo numero del nostro El gran malón abbiamo intervistato l’autrice, che ci ha parlato del potenziale della scrittura di esplorare le crepe della normalità, della presenza degli animali nei suoi racconti, del titolo della raccolta e del rapporto tra Impossibile lasciare la terra e le sue opere precedenti. Buona lettura! 

 

Dai racconti di Impossibile lasciare la Terra emerge il ritratto di un’umanità fragile e vulnerabile attraverso personaggi instabili e intrappolati. Cosa ti ha portata a esplorare in questo modo la condizione umana? Quali aspetti dell’essere umano hai voluto approfondire?

Tempo fa, qualcuno mi chiese da dove tirassi fuori quel “tembladeral” [NdT, letteralmente “sabbie mobili”] a cui sottoponevo i personaggi dei miei racconti. Non so se la parola “tembladeral” ha una traduzione esatta in italiano, ma l’immagine mi sembrò così azzeccata che decisi di adottarla. E credo che quel fremito, quella sorta di tremore nei personaggi, si accordi con la vulnerabilità di cui parli. La vita è piena di dettagli, di piccoli stupori, di disastri in sordina, di situazioni ridicole, di frustrazione e di inaspettati accenni di felicità. C’è disgrazia in questi racconti, ma cerco di non fargli mancare uno spiraglio da cui possa entrare la luce. Che la scintilla che ci tiene ancorati a questo mondo non si spenga. Una donna vuole togliersi la vita, per esempio, ma prima mangia, trovando delizioso il purè dell’ospedale. Mi piace esplorare questi “tembladerales”.

La vulnerabilità psicologica è un tema ricorrente, con personaggi descritti esplicitamente come “molto ma molto fuori di testa”, “squilibrati”, “matti”, che manifestano ossessioni, paranoia e deliri. Perché hai deciso di rappresentare queste alterazioni della psiche? Come influenzano il rapporto dei personaggi con sé stessi e con gli altri?

Forse deriva dal pensare che se ci concentriamo sulla vita quotidiana di qualsiasi persona, troveremo sempre qualche crepa. Mi interessa dirigere lo sguardo su quella normalità crepata. Perché la normalità tende ad essere un imperativo che ordina i nostri comportamenti. E scrivere è disordinare. Scrivere implica sempre destabilizzare qualcosa. Non so quanto ne sia consapevole quando lo faccio, ma senza dubbio c’è un’enfasi sulla fuga da certe strutture che ci plasmano, sullo spostarsi da un lato o svanire. Cerco di dare ai personaggi una predisposizione a guardare il mondo come se fosse appena stato creato. C’è una percezione straniata lì, in me e in loro. I miei personaggi non trovano davvero il loro posto, si sentono fuori luogo, sono spesso un po’ fuori orbita, a volte con la bussola un po’ storta. Sono esseri che si incontrano in questa sorta di “stranezza”, come se fossero membri di una stessa famiglia tutta sottosopra.

Anche i corpi sono molto presenti nei racconti, sia a partire da alcune pulsioni fondamentali (come la fame e l’attrazione sessuale), che come luogo di fragilità e decadimento, in particolare in rapporto alla malattia e alla morte. In che modo il corpo e la sua vulnerabilità si intrecciano con gli stati emotivi, le decisioni e le percezioni dei personaggi?

Credo che percezione ed emozione siano due processi inseparabili: l’influenza è bidirezionale. Per continuare con l’esempio che facevo nella prima domanda, la donna malata prova piacere mangiando il purè e questo lascia entrare uno spiraglio di luce nell’oscurità. Ma visto al contrario, lo stato d’animo scoraggiato della donna le fa percepire il sapore del purè come qualcosa di insolitamente delizioso. Insomma, in questi personaggi c’è un dialogo diretto con i loro corpi perché sia il desiderio che lo sconforto sono a fior di pelle. È nel corpo che si manifesta ciò che loro non sanno o forse non possono nominare. Il silenzio opera come una mancanza, ma anche come un motore. Perché ciò che non viene detto appartiene all’ambito delle emozioni: ciò che ci muove, ci commuove, ci smuove.

Gatti e cani (ma anche polli, pappagalli e papere) popolano le storie di Impossibile lasciare la terra. Qual è il ruolo di questi animali e in che modo il rapporto tra personaggi e animali contribuisce all’esplorazione della natura umana?

Mi sembra che gli animali qui occupino un ruolo tra spettatori e detonatori di conflitti. Forse funzionano come pretesti per affrontare i limiti delle relazioni umane, che sono anche i limiti della quotidianità. C’è una specie di disfacimento lì. Perché gli animali non parlano, quindi non ci sono codici espliciti. Non c’è dovere sociale. E forse noi, umani, possiamo rivederci in quell’alterità, affacciarci al mondo da un luogo diverso. Ma c’è anche l’idea degli animali che diventano membri di una famiglia non convenzionale: si trasformano in parenti, in esseri amati, che danno valore ad altre forme di convivenza. Può darsi che tutto questo derivi dal fascino degli animali che ho da quando ero piccola. Soprattutto per i gatti, che sono gli esseri più goduriosi del pianeta. E probabilmente quelli che dormono meglio.

Come hai scelto il titolo della raccolta (che è anche il titolo di uno dei racconti)?

Oltre all’aneddoto del personaggio che si beve le teorie complottiste ed è sicura che l’uomo non sia mai arrivato sulla luna (un argomento che richiederebbe molto tempo in questi tempi pericolosamente complottisti e paranoici), penso il titolo in rapporto a quella crepatura della normalità. All’apparente impossibilità di sfuggire a certi imperativi e allo stesso tempo all’imperiosa necessità di farlo. C’è qualcosa legato al desiderio di volare, di aprirsi ad altri mondi, e allo stesso tempo all’inciampo di essere umani sulla terraferma.

Impossibile lasciare la terra è il terzo dei tuoi libri ad essere tradotto in Italia, dove i lettori e le lettrici ti conoscono già per C’era una volta un passero e Il sistema del tatto. Quali sono i punti di contatto o gli elementi di rottura tra queste tre opere?

Tra le cose che hanno in comune, vedo il lavoro con quello che è stato silenziato e ciò che è anomalo, fuori fuoco, il refuso, la minuzia, la fragilità dei legami. Tra le differenze: le coordinate temporali e il dialogo più visibile tra l’intimità e la storia che emerge in C’era una volta un passero e Il sistema del tatto. C’è un lavoro con la memoria molto rintracciabile in quei due libri. In Impossibile lasciare la terra, invece, direi che c’è qualcosa di più atemporale. La stranezza si accentua e in alcuni racconti le frontiere del realismo sembrano sfumarsi e aprire la porta al fantastico. E si ampliano i punti di vista. Se negli altri libri emergeva con molta forza la voce dell’infanzia, qui il ventaglio è più ampio e include sorelle, coppie, amanti, zii e anche figlie. Le figlie, sembra che loro ci siano sempre.