Da pochissimi giorni è arrivato in libreria Clara e confusa (traduzione di Silvia Falorni), l’ultimo romanzo di Cynthia Rimsky, vincitore del prestigioso Premio Herralde de Novela. L’autrice cilena è ormai “di casa” per Edicola, dopo la pubblicazione di Il futuro è un posto strano (2021), Autostop per la rivoluzione (2022) e Yomurí (2023).
Rismky racconta che Clara e confusa è nato proprio dall’etichetta che alcuni critici ed editori avevano dato a uno dei suoi libri: “confuso”. Invece di offendersi, però, lei si è messa a ridere e, con una provocazione, ha scelto di trasformare quell’etichetta in un titolo, rivendicando la confusione e il dubbio: cosa ce ne facciamo della chiarezza quando è la vita stessa ad essere confusa?
È così che in un piccolo paesino di provincia incontriamo Salvador – un idraulico che ascolta le pareti delle case con uno stetoscopio, alla ricerca di “infiltrazioni fantasma” – e Clara – un’artista che rifiuta di adeguarsi a un’arte che spieghi e rassicuri. In cinque anni, cinque giorni e cinque ore, seguiamo la loro tortuosa storia d’amore che, con una buona dose di assurdo, ci porta su una Porsche fino a una delirante sagra del pastelito per smascherare la corruzione all’interno di un’associazione di idraulici.
Per dare il benvenuto a Clara e confusa, abbiamo intervistato l’autrice, che ci ha parlato del suo approccio artigianale alla scrittura, dalle sfide del comprimere e dilatare il tempo a quelle della creazione di personaggi fuori dagli schemi. Rimsky ha condiviso con noi anche alcune riflessioni preziose sul mondo letterario, sui premi e sul mercato, presentando Clara e confusa come un romanzo che non vuole essere spiegato né capito: è un invito a immaginare, ridere e goderci la confusione.
In altre interviste hai raccontato che alcuni critici ed editori hanno definito le tue opere “confuse”. Clara e confusa sembra proprio rivendicare quella confusione come tratto distintivo. Come sono nati il romanzo e il suo titolo contraddittorio?
La prima cosa che è nata del romanzo è stata proprio il titolo. È successo qualcosa di sorprendente. Invece di provare frustrazione perché definivano un mio libro confuso, mi faceva ridere, mi sono messa a ridere. Mi sono chiesta con quale autorità qualcuno possa stabilire se un testo è confuso o chiaro, perché la chiarezza è accettabile e la confusione no, quando in realtà nella vita tutto è così confuso: i rapporti amorosi, quelli con i propri genitori, le condizioni in cui lavoriamo, in cui viviamo. E invece di arrabbiarmi, mi sono messa a ridere. E quella risata aveva un che di vendetta, ma una vendetta creativa, piena di potenza e di ironia. È così che è nata Clara e confusa, da quella potenza e dal prendere le cose con umorismo e ribellione.
In più occasioni hai parlato del tuo lavoro come scrittrice come di un mestiere artigianale, dicendo che ti interessa più come scrivere che cosa scrivere. Nel caso di Clara e confusa come hai costruito il romanzo?
Inizialmente non avevo la minima idea di cosa avrei raccontato. Sapevo solo che avevo voglia di divertirmi e di non preoccuparmi delle regole del romanzo. La sfida è stata farci stare le situazioni strampalate che mi venivano in mente. Per esempio, l’idraulico che di domenica entrava nella sede dell’associazione per rubare un furgone con cui portare i quadri della sua amata alla festa del pastelito. Era sabato, la mia compagna era andata a fare delle compere in centro ed è tornata dicendo che c’era un raduno di Porsche al ristorante francese. Quando sono andata a vederle c’era mezzo paese e ho visto nelle loro facce desiderose che non avrebbero mai avuto un’auto del genere. Così, ho deciso che l’idraulico avrebbe trovato una Porsche nella sede e che se la sarebbe presa. Questa anomalia (nessuno trova una Porsche in un’associazione di idraulici) richiede un lavoro di scrittura artigianale per inserire in modo naturale la Porsche, graduare le intensità, stabilire delle connessioni minime, a volte sotterranee, decidere quando farle salire in superficie. Mai come in questo libro ho sentito che stavo costruendo qualcosa di fragile, le cui parti dovevano incastrarsi, non alla perfezione, ma reggendosi in piedi.
Dal lato della chiarezza e dell’ordine sembra esserci la struttura del testo, diviso in tre parti: 5 anni, 5 giorni, 5 ore. Come sei arrivata a questa scansione temporale?
Avevo tre tempi: l’idraulico e l’artista si conoscono, l’idraulico entra nell’associazione e scopre la corruzione e infine la festa del pastelito. Non mi andava di raccontare i cinque anni di relazione e nemmeno i cinque anni di corruzione. Non sapevo cosa fare con il tempo, come trattarlo. Finché non ho letto Glossa di Juan José Saer, e lui divide i capitoli per i primi sette isolati, i secondi sette isolati, e così via. A quel punto mi è scattata la scintilla: ecco! Comprimere e dilatare il tempo, adattare la storia al tempo e non il contrario. Amo il numero cinque. Mi sono detta: i primi cinque anni saranno un’unica situazione. I cinque giorni saranno una situazione molto lunga. E infine, le cinque ore devono sembrare allo stesso tempo corte e interminabili. Questo lavoro sul ritmo è stato fantastico.
Il protagonista, Salvador, si discosta dalle rappresentazioni stereotipate del suo mestiere e spicca invece per la sua sensibilità. Una delle immagini più suggestive del romanzo è quella dell’idraulico che cerca infiltrazioni fantasma ascoltando le pareti che piangono con uno stetoscopio. Com’è nato questo personaggio?
Era la sfida più grande: costruire un idraulico sensibile. Esiste uno stereotipo secondo il quale le persone che svolgono mestieri manuali non avrebbero sensibilità o pensieri filosofici. Quando ho avuto le termiti nel mio taller, qualcuno mi ha suggerito di comprare uno stetoscopio per sentire dove fossero. Quando mi sono messa ad ascoltare le pareti, ho scoperto che erano piene di rumori e ho iniziato a pensare che lì potessero esserci i suoni nascosti delle case. E quindi ho immaginato un idraulico che è in contatto con quell’intimità che le persone non mostrano mai. Mi sono chiesta com’è un idraulico che scopre quell’intimità, come lo cambia. Poi a casa c’era stata una perdita e l’idraulico non riusciva a trovarla: così mi è venuto in mente di chiamarla infiltrazione fantasma.
Il romanzo affronta temi universali come l’amore, l’arte, la corruzione, ma li colloca in un contesto molto specifico, in “un piccolo paesino di provincia”. Cosa ti affascina di questi contesti?
Da ragazza leggevo molto i russi, soprattutto Čechov. Mi affascinava molto il modo in cui mettono problemi universali in posti piccoli e con personaggi che non hanno “importanza” sociale. Produce un assurdo che ti permette di ridere e, allo stesso tempo, di avvicinarti ai problemi in un altro modo, con più libertà.
L’opera spiazza costantemente le lettrici e i lettori. Quando pensi di sapere cosa sta per accadere, succede l’opposto, generando situazioni, relazioni e conversazioni assurde. Il risultato è un romanzo molto divertente, anche grazie all’ironia che lo caratterizza…
L’ironia è il romanzo! La mia unica certezza era dubitare, dubitare, dubitare, di tutto. Cosa succede a un personaggio che dubita che la sua compagna lo ami, che dubita del senso del proprio lavoro, dei risultati del proprio lavoro, dell’organizzazione sindacale, della tradizione della libertà!
Nel romanzo scrivi che “Per qualcuno che apprezza l’arte, la confusione non è allarmante.” Eppure Clara viene esclusa dal mondo dell’arte proprio perché le sue opere vengono considerate confuse, al punto che Salvador si chiede “se le sue opere non abbiano bisogno di… non so se di una spiegazione, di mostrare il procedimento, creare un racconto, tutto ciò che Clara odia.” Penso all’editore che ti ha detto che quel tuo romanzo era confuso. È un po’ quello che è successo anche a te, no? Ma a differenza di Clara, il tuo libro ha avuto molto successo ed ha vinto il Premio Herralde. Cosa ne pensi di questa tensione tra chiarezza e confusione, di questo apparente bisogno di spiegare tutto, nel mondo letterario?
Il premio Herralde aggiunge confusione al romanzo (ride). Clara e confusa è scritto in opposizione alla situazione attuale del romanzo. Il mercato è convinto che sia più facile vendere libri comprensibili, che abbiano un tema chiaro, con cui i lettori si identifichino facilmente, una letteratura che trasmetta dei valori, che ci aiuti persino a vivere. Il mio progetto è invece tornare a essere i lettori e le lettrici che eravamo nell’infanzia e nell’adolescenza, quando trovavamo nei libri ciò che ancora non sapevamo, libri che ci facevano scoprire un mondo diverso dal nostro, che sovvertivano il nostro mondo e le nostre convinzioni, libri che ci facevano sognare vite diverse dalla nostra. Una lettura che potenzia la nostra immaginazione, che ci porta oltre le spiegazioni. Non a comprendere, ma a immaginare.