In questa intervista uscita sul nostro El Gran Malón di dicembre, Mike  Wilson racconta le fonti che hanno alimentato la creazione del romanzo: dai testi biblici e mitologici, alla fisica del “falso vuoto”, fino alla teoria della mente bicamerale. Abbiamo parlato di narratori e lettori, della scelta insolita di dividere il testo in due colonne, dell’aristocraticità dei corpi deformi. Le origini della città inclinata ci hanno portato in Cile per poi concludere il nostro viaggio tornando a Dio dorme sulla pietra. Se vi abbiamo fatto venire voglia di approfondire l’universo letterario di Wilson, sul blog di Edicola potete recuperare l’intervista di Mattia Mogetti all’autore in occasione della pubblicazione del primo romanzo.

Come anticipano le epigrafi e il titolo, il libro intreccia riferimenti biblici, cosmologici e mitologici.  Quali sono state le tue principali fonti d’ispirazione? Come hai lavorato con queste fonti e in che modo hanno influito nella costruzione del testo? 

Al di là dei testi religiosi e delle mitologie, soprattutto quelli che affrontano l’inizio e la fine delle cosmogonie, mi interessavano alcune teorie della fisica, in particolare quella di Coleman-De Luccia del “falso vuoto”. Penso che sia la fine del cosmo più elegante, mi piace che sia virtualmente istantanea. (NdT: Questo modello ipotizza che l’universo possa trovarsi in un equilibrio apparente, detto falso vuoto. Se questo stato decadesse nel “vero vuoto”, il processo si propagherebbe alla velocità della luce, trasformando istantaneamente le costanti fisiche e l’intera struttura del cosmo). Mi interessavano anche testi come Beowulf e la teoria della mente bicamerale di Jaynes.

Il libro si apre con la morte del narratore in prima persona, che seguiamo fino al suo ultimo respiro; subito dopo sembra subentrare un narratore onnisciente che prosegue la storia, fino a tornare sul morto da una prospettiva esterna. Cosa succede al narratore in Nemesis? Perché ti interessava inserire questa transizione della voce narrante? 

All’epoca non ci avevo pensato più di tanto, mi sembrava semplicemente la scelta più adatta per il romanzo. A posteriori credo che forse avesse a che fare con il dare e poi togliere autorità al lettore. Come lettori è inevitabile immergersi nel personaggio quando la narrazione è in prima persona: in qualche modo quella prospettiva ci inghiotte e ci pensiamo protagonisti. Il romanzo fa finta di offrirci questa possibilità, ma ce la toglie immediatamente. Questo stacco ci rende consapevoli della nostra rimozione.

La storia è ambientata in una città storta, inclinata, come se stesse per precipitare nell’oceano da un momento all’altro: “In superficie, la città giace su un suolo scosceso, i muri incurvati, l’intero insediamento sembra sfidare la gravità.” Da dove viene quest’immagine? È un luogo allegorico? È ispirato a una geografia reale? Anche il sottosuolo è molto importante in questa geografia: il sangue del morto scorre sulla strada, cola nel tombino e macchia le schiene dei ratti, testimoni che seguiranno gli avvenimenti dalle fogne. Che ruolo ha questo secondo livello? 

Credo che venga da luoghi diversi. Ricordo che quando pensavo di scrivere il romanzo mi piaceva l’idea di una città fatta come la Torre di Babele, collocata su un precipizio, una città quasi verticale, a strati. Ho pensato anche a Valparaíso e a Sewell come modelli, ma portati all’estremo. Forse una Sewell grande, oscura, quasi medievale, con il mare. Per quanto riguarda le fogne, penso che siano uno specchio sotterraneo, solo che le cose si rivelano prima lì: è uno spazio di presagio, così come lo è il fondo dell’oceano. 

I dualismi sembrano essere onnipresenti in Nemesis: la mente biforcata, la camera alta e la camera bassa, l’oceano come specchio, la superficie e il sottosuolo della città storta, il testo diviso in due colonne. Perché questa ossessione per il doppio?

Credo che sia partito tutto dalla teoria della mente bicamerale di Jaynes, che trovo affascinante, al di là della sua poca plausibilità. (NdT: Questa teoria propone che un tempo gli esseri umani non avessero autocoscienza: la mente era divisa in due “camere”, una che generava comandi e l’altra che li percepiva come voci esterne, spesso interpretate come divine.) Mi sembrava un concetto molto letterario che potesse andare oltre l’idea di due menti in una psiche senza autocoscienza, come la intendiamo oggi, estendendolo alla cosmogonia dell’universo. Mi piace l’idea che la voce nella testa della mente bicamerale venga interpretata come la voce di un dio, da cui emergerebbe l’idea dei profeti: una camera attiva che parla con una camera più passiva. Jaynes fa riferimento a testi antichi per sostenere la sua tesi, come l’Antico Testamento, dove non c’è introspezione, solo voci nella testa degli unti.

Per il formato, fin dall’inizio il libro si è basato sulla Bibbia giudeo-cristiana, volevo sfruttare il linguaggio visivo del formato: il peso delle colonne fa parte della storia. Nemesis sarebbe un altro libro senza questo aspetto. Viene anche dal formato dei libri di inizio Novecento, fine Ottocento, enciclopedie o romanzi che venivano pubblicati a puntate nei giornali. Ho una copia de Il conte di Montecristo rilegato con lo stesso formato. 

“Soltanto l’uomo gigantesco sembra notare i ratti, li guarda, sorride e spalanca le labbra, mostrando una bocca piena di denti, troppo piena, una smorfia profana, con molto più avorio del normale.”  L’immagine dell’uomo gigantesco con troppi denti è una delle più inquietanti dell’opera e introduce il tema della deformità che ricorre in tutto il testo e unisce personaggi molto diversi, come il gigante e la zoppa.  Qual è il significato della deformità in Nemesis

Mi ha colpito quello che ha detto Diane Arbus sui deformi, i freaks da circo, quelli che nascono già con qualche deformità. Ha detto che sono i veri aristocratici tra noi, che stanno al di sopra di tutti noi in una gerarchia brutale. Sono nati con il loro trauma, che gli appartiene. Vivono quello che noi abbiamo paura che ci succeda. È un’idea che Arbus usava per spiegare il suo lavoro fotografico. Credo che nei personaggi deformi, soprattutto nella donna zoppa, si celi quest’idea. L’uomo gigante lo vedo in modo diverso: per me non è un deforme, è qualcos’altro, l’orrore incarnato, ma non un deforme. Per chiamarlo così dovrebbe esistere un referente di “normalità” e non è così: lui è lo strumento di Nemesis, è sui generis.

Il pubblico italiano ti ha conosciuto nel 2024 con il tuo ultimo romanzo, Dio dorme nella pietra (2023). Nemesis, appena pubblicato in Italia, risale invece al 2020. C’è un legame tra le due opere? Formano parte di uno stesso progetto o di una stessa esplorazione tematica e/o narrativa?

Non in modo consapevole. Non mi è mai piaciuta l’idea di progetto letterario. Mi sembra un programma limitante che ti obbliga ad attenerti a un’idea o un’estetica particolari. Però ovviamente si possono ritrovare elementi in comune nei miei romanzi. So che in tutto quello che scrivo di solito c’è una domanda esistenziale, un interrogativo che cerca qualche tipo di risposta, un senso.