Alejandra Costamagna, “C’era una volta un passero”, vivere l’assenza

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Mio padre è il protagonista di questa storia, ma mio padre non c’è più. Devo andare all’indietro e grattarmi la testa per farlo comparire. Con la sua partenza molte cose cambiarono in casa. Non sto parlando della carta da parati o degli elettrodomestici. Mi riferisco al fatto che tutti cominciarono a dare un po’ di matto. Anche se sembra che a dirlo sia una persona sana, anch’io ero diventata matta.

C’era una volta un passero, di Alejandra Costamagna, Edicola Edizioni 2016, traduzione di Maria Nicola, pagg 75

Nei tre racconti che compongono questo breve volume, la presenza che aleggia sulle vite delle protagoniste adolescenti è l’assenza; un vuoto avvolto in misteriose allusioni, in verità tenute nascoste, in codici di comunicazione arcani. Assenze che riguardano gli affetti: padri, madri che d’un tratto svaniscono e bisogna tacerne i motivi. Adolescenti che si interrogano, che hanno in testa tanti perché a cui non corrispondono risposte chiare, solo mezze verità, indizi disseminati in frasi carpite, in comportamenti spiati, in vecchi album di fotografie che ritraggono scene non facilmente collocabili, agli occhi di una ragazzina. Assenza legata alla perdita, come già preannuncia il titolo, in quel suo “c’era una volta”, che rimanda appunto a ciò che non è più.

Una madre è una foto sul muro di una casa; un primo piano di famiglia felice.

Assenza declinata nell’ambito familiare a cui corrisponde un’assenza nella società; persone che da un giorno all’altro spariscono. Persone di cui è meglio non parlare, perché parlarne può essere rischioso. Siamo nel Cile degli anni Settanta, sotto la dittatura di Pinochet (ne ho parlato qui); un clima di terrore e di persone inghiottite nel nulla, che mai viene esplicitamente alluso nel testo dei racconti, ma che si manifesta in tutta la sua drammatica concretezza. Assenza che si fa presenza, anche se agli occhi di una adolescente tutto è come avvolto da una nebbia che confonde. E la realtà, quella che va in scena nelle strade del Cile, è filtrata attraverso la dimensione onirica:

Mio padre è il protagonista di questa storia, ma mio padre non c’è più. Devo andare all’indietro e grattarmi la testa per farlo comparire. Con la sua partenza molte cose cambiarono in casa. Non sto parlando della carta da parati o degli elettrodomestici. Mi riferisco al fatto che tutti cominciarono a dare un po’ di matto. Anche se sembra che a dirlo sia una persona sana, anch’io ero diventata matta.

C’era una volta un passero, di Alejandra Costamagna, Edicola Edizioni 2016, traduzione di Maria Nicola, pagg 75

Nei tre racconti che compongono questo breve volume, la presenza che aleggia sulle vite delle protagoniste adolescenti è l’assenza; un vuoto avvolto in misteriose allusioni, in verità tenute nascoste, in codici di comunicazione arcani. Assenze che riguardano gli affetti: padri, madri che d’un tratto svaniscono e bisogna tacerne i motivi. Adolescenti che si interrogano, che hanno in testa tanti perché a cui non corrispondono risposte chiare, solo mezze verità, indizi disseminati in frasi carpite, in comportamenti spiati, in vecchi album di fotografie che ritraggono scene non facilmente collocabili, agli occhi di una ragazzina. Assenza legata alla perdita, come già preannuncia il titolo, in quel suo “c’era una volta”, che rimanda appunto a ciò che non è più.

Una madre è una foto sul muro di una casa; un primo piano di famiglia felice.

Assenza declinata nell’ambito familiare a cui corrisponde un’assenza nella società; persone che da un giorno all’altro spariscono. Persone di cui è meglio non parlare, perché parlarne può essere rischioso. Siamo nel Cile degli anni Settanta, sotto la dittatura di Pinochet (ne ho parlato qui); un clima di terrore e di persone inghiottite nel nulla, che mai viene esplicitamente alluso nel testo dei racconti, ma che si manifesta in tutta la sua drammatica concretezza. Assenza che si fa presenza, anche se agli occhi di una adolescente tutto è come avvolto da una nebbia che confonde. E la realtà, quella che va in scena nelle strade del Cile, è filtrata attraverso la dimensione onirica:

Nel sogno di quella notte la cagnolina abbaia agli elicotteri e in cucina una fila di formiche marcia lungo il bordo di un muro. Jani le schiaccia a una a una con il dito indice mormorando «coprifuoco, coprifuoco». A poco a poco il dito le diventa nero.

Non a caso le protagoniste sono adolescenti: sono quella generazione nel mezzo, non ancora pronta, o volutamente tenuta all’oscuro, rispetto alla realtà, non direttamente coinvolgibile nell’hic et nunc, ma che, alla fine della dittatura, si ritroverà sulle spalle un passato greve, zeppo di domande senza risposte, e su questo vuoto dovrà costruire un futuro più umano.

Lo stile narrativo ellittico dell’autrice riesce a rendere concreto questo clima di incertezze, di verità sfuggenti, di stagnazione, lavorando per sottrazione laddove ciò che toglie rende ancora più evidente cosa dovrebbe esserci.

 

Alejandra Costamagna (Cile, 1970) ha pubblicato i romanzi En voz baja(1996), Ciudadano en retiro (1998), Cansado ya del sol (2002) e Dile que no estoy (2007); i libri di racconti Malas noches (2000), Últimos fuegos(2005), Naturalezas muertas (2010), Animales domésticos (2011) e Había una vez un pájaro (2013), e la raccolta di cronache Cruce de peatones (2012). Nel 2003 ha ottenuto la borsa di studio del International Writing Program dell’Università dello Iowa, USA. La sua opera è stata tradotta in italiano, francese e coreano. In Germania le è stato assegnato il Premio Letterario Anna Seghers 2008 come miglior autrice latinoamericana dell’anno.

Potete leggere l’incipit qui.

 

 

Pubblicato su Il mestiere di leggere.

2019-05-09T20:36:21+00:00