Paolo Ferruccio Cuniberti, “Ultima Esperanza. Nel cuore della Patagonia selvaggia”

Home/Rassegna Stampa/Paolo Ferruccio Cuniberti, “Ultima Esperanza. Nel cuore della Patagonia selvaggia”

Ho maturato la convinzione che i futuri accademici (..) dovranno misurarsi con la realtà oltre che con i libri, viaggiare e conoscere il mondo come ci ha insegnato Darwin, sporcandosi le mani con la terra, con le viscere e gli escrementi di animali sconosciuti, frequentare l’umanità più reietta e mentalmente più lontana dalla nostra idea di progresso per comprendere di quali e quante differenze si sostanzia il nostro presente. (..) Nel mio futuro accademico, perciò, non vedo molte cattedre, ma una vita di viaggi e di conoscenza. (pag 183)

Ultima Esperanza. Nel cuore della Patagonia selvaggia, di Paolo Ferruccio Cuniberti, Edicola edizioni 2018

Se amate i romanzi storici, di esplorazioni e d’avventura, allora questo fa al caso vostro. L’appassionante romanzo di Cuniberti vi regalerà una lettura avvincente quanto lo possono essere le esplorazioni di un territorio sconosciuto e pieno di pericoli, illuminato dalla curiosità e dalla sete di conoscenza di un veterinario e naturalista di fine Ottocento, foriero di molti quesiti sul piano etico in merito a come sono trattate le popolazioni native di tali territori dagli “invasori” provenienti da una cultura della dominazione e dello sfruttamento.

Il romanzo porta il lettore in uno dei territori più impervi ed affascinanti del pianeta – la Patagonia cilena -: un concentrato di suggestioni paesaggistiche maestose e quasi primigenie, soprattutto nell’epoca in cui la storia è ambientata, quando nemmeno i confini tra uno stato e l’altro erano ben definiti, e di quella natura ancora non si conoscevano tutte le particolarità e potenzialità; quando, soprattutto, in quelle lande ogni destino umano era soggetto alla stessa imprevedibilità delle condizioni atmosferiche ed attiravano con il loro fascino ogni sorta di viaggiatore.

protagonista del romanzo è Federico Sacco, un veterinario piemontese, che, ottenuto il finanziamento dalla Società Geografica Italiana, parte da Genova diretto in Cile, in quel sud del paese, la Patagonia, le cui terre selvagge si prefigge di esplorare: un primo viaggio di indagine durante il quale raccogliere informazioni in modo da ritornare in Italia e progettare un secondo viaggio più articolato. Queste le intenzioni del Sacco: in realtà, arrivato in Cile nel gennaio del 1869, rimangono tracce di lui fino all’ottobre del 1870. È infatti questa la data ultima del suo diario di viaggio, dopo di che nulla di lui è più dato sapere. Il romanzo si apre con una seduta alla Società Geografica, un paio di anni dopo, dove viene data lettura dei suoi diari personali – quelli delle annotazioni scientifiche sono invece dispersi – al fine di valutare la portata delle sue esplorazioni.

Federico Sacco, ventinovenne al momento di imbarcarsi in questo viaggio, è un giovane desideroso di scoprire un mondo nuovo, stimolato dalle sue conoscenze scientifiche e saldo nei suoi principi morali; parte con l’idea di ampliare le sue conoscenze e con il desiderio di comunicarle al mondo. Già durante il lungo e tribolato – per lui che soffre il mal di mare – attraversamento oceanico sul clipper Souther Cross viene in contatto con alcuni personaggi di cui, al momento, può solo ascoltare le idee discordanti e le intenzioni con cui si recano nello stesso territorio che anch’egli vuole esplorare. Il capitano – suo coetaneo – Henry Milton Scott, il dottor Wallis, ma soprattutto “un contegnoso francese di Dordogna” e “un pratico, paffuto commerciante gallego, il signor Teodoro Sánchez”: tenete a mente questi due ultimi personaggi perché avranno un ruolo importante nello svolgersi dell’avventura.

Saranno molti anche i personaggi con cui si imbatterà nel corso dei mesi successivi, e ciascuno contribuirà a stimolare pensieri e considerazioni nel nostro veterinario. Primo tra tutti il colonnello Saavedra a cui il governo del Cile ha affidato un compito:

La guerra di Arauco dura da tre secoli. L’italiano mi ha parlato degli sforzi del governo per giungere a compimento del piano che viene ufficialmente definito di “pacificazione dell’Araucania”. Se ho ben capito si tratta di una operazione militare nel territorio a sud di Conceptión e del fiume Bio-Bio, affidata da alcuni anni al colonnello Cornelio Saavedra Rodríguez, il quale adotta con gli araucani la duplice strategia della carota e del bastone, ovvero tende la mano a chi acconsente a scendere a patti e impicca chi è di opinione contraria. (pag 30) Uomini come Saavedra senza dubbio un giorno domineranno questo mondo, ma cosa potranno portare di meglio se non l’intimidazione, l’annientamento, la terra impoverita? (pag 71)

Sacco, che è costretto a viaggiare per un periodo al seguito del drappello militare, assiste ad alcune azioni, efferati attacchi a villaggi di indios mapuche, durante i quali tutti gli abitanti vengono massacrati: un fulgido esempio di cosa si intende per “pacificazione”. Questi episodi assommati agli incontri più diretti e pacifici che egli stesso farà tra i territori impervi, cambiano sostanzialmente il suo modo di pensare in merito a come si debba interagire con le popolazioni autoctone; il suo forte senso morale e il rispetto che gli è stato insegnato non gli permettono di rimanere indifferente rispetto alla questione etica che sottende alla massiccia azione tirannica nei confronti degli indios.

Sacco, al contrario degli avventurieri che vedono in queste terre solo la possibilità di ottenere facili guadagni, è soggiogato dalla bellezza naturale e dalle potenzialità di scoperte scientifiche che si possono compiere: lui stesso si imbatte in animali mai visti e di cui non ci sono tracce nei manuali scientifici, ritrova resti di ossa che non potrebbe catalogare con quanto è già conosciuto e tutto questo esalta la sua determinazione ad avventurarsi in zone interne di cui non esistono mappe dettagliate, a suo rischio e pericolo di imbattersi – come poi succede – in animali pericolosi, come il leone di montagna – o in tribù agguerrite perché già venute in contatto con i colonizzatori.

L’incontro decisivo che sposta il baricentro del suo pensiero è con il francese che aveva conosciuto sul clipper con un’altra identità; si tratta in realtà di un personaggio – questo realmente esistito – che ha un ruolo molto importante nel tentativo di avviare un processo di autodeterminazione e di difesa dei territori da parte degli indios mapuche. Il francese è in realtà l’avvocato Orélie-Antoine de Tounens che, dopo avere studiato ogni aspetto giuridico, ha compreso che sulle terre non ancora rivendicate, gli indios possono avanzare un diritto di appropriazione e ha dichiarato il Regno di Araucania e Patagonia, in accordo con le tribù locali, che hanno ben capito la portata di questa idea. Idea che certo non ha raccolto molto favore negli stati interessati a mettere le mani su quegli stessi territori…

Sacco si spinge verso sud, fino ad arrivare negli avamposti più estremi, in cittadine di frontiera in cui si incontrano individui di ogni sorta e provenienza:

Punta Arenas, come mi aveva informato Sergio, è una vera città di frontiera, fino ad ora l’ultimo centro abitato all’estremo sud del mondo, composto di baracche, più che di case, in cui si aggirano molti individui che paiono i rifiuti della società. Emigranti provenienti da tutte le nazioni in cerca di chissà quale improbabile fortuna, marinai, meticci, disertori, galeotti. La città sta conoscendo una rapida espansione. È stata fondata da pochi decenni, precisamente nel 1848, per la solita ragione che il governo cileno doveva mettere un piede quaggiù prima che ce lo mettesse qualcun altro, vantando così la proprietà di una regione che era per altri versi del tutto sconosciuta e considerata di  minimo interesse. Ma una base marinara sullo Stretto ha una sua importanza strategica ed economica non indifferente trovandosi su una sempre più frequentata rotta commerciale. (pag. 176)

Ho maturato la convinzione che i futuri accademici (..) dovranno misurarsi con la realtà oltre che con i libri, viaggiare e conoscere il mondo come ci ha insegnato Darwin, sporcandosi le mani con la terra, con le viscere e gli escrementi di animali sconosciuti, frequentare l’umanità più reietta e mentalmente più lontana dalla nostra idea di progresso per comprendere di quali e quante differenze si sostanzia il nostro presente. (..) Nel mio futuro accademico, perciò, non vedo molte cattedre, ma una vita di viaggi e di conoscenza. (pag 183)

Se amate i romanzi storici, di esplorazioni e d’avventura, allora questo fa al caso vostro. L’appassionante romanzo di Cuniberti vi regalerà una lettura avvincente quanto lo possono essere le esplorazioni di un territorio sconosciuto e pieno di pericoli, illuminato dalla curiosità e dalla sete di conoscenza di un veterinario e naturalista di fine Ottocento, foriero di molti quesiti sul piano etico in merito a come sono trattate le popolazioni native di tali territori dagli “invasori” provenienti da una cultura della dominazione e dello sfruttamento.

Il romanzo porta il lettore in uno dei territori più impervi ed affascinanti del pianeta – la Patagonia cilena -: un concentrato di suggestioni paesaggistiche maestose e quasi primigenie, soprattutto nell’epoca in cui la storia è ambientata, quando nemmeno i confini tra uno stato e l’altro erano ben definiti, e di quella natura ancora non si conoscevano tutte le particolarità e potenzialità; quando, soprattutto, in quelle lande ogni destino umano era soggetto alla stessa imprevedibilità delle condizioni atmosferiche ed attiravano con il loro fascino ogni sorta di viaggiatore.

Protagonista del romanzo è Federico Sacco, un veterinario piemontese, che, ottenuto il finanziamento dalla Società Geografica Italiana, parte da Genova diretto in Cile, in quel sud del paese, la Patagonia, le cui terre selvagge si prefigge di esplorare: un primo viaggio di indagine durante il quale raccogliere informazioni in modo da ritornare in Italia e progettare un secondo viaggio più articolato. Queste le intenzioni del Sacco: in realtà, arrivato in Cile nel gennaio del 1869, rimangono tracce di lui fino all’ottobre del 1870. È infatti questa la data ultima del suo diario di viaggio, dopo di che nulla di lui è più dato sapere. Il romanzo si apre con una seduta alla Società Geografica, un paio di anni dopo, dove viene data lettura dei suoi diari personali – quelli delle annotazioni scientifiche sono invece dispersi – al fine di valutare la portata delle sue esplorazioni.

Federico Sacco, ventinovenne al momento di imbarcarsi in questo viaggio, è un giovane desideroso di scoprire un mondo nuovo, stimolato dalle sue conoscenze scientifiche e saldo nei suoi principi morali; parte con l’idea di ampliare le sue conoscenze e con il desiderio di comunicarle al mondo. Già durante il lungo e tribolato – per lui che soffre il mal di mare – attraversamento oceanico sul clipper Souther Cross viene in contatto con alcuni personaggi di cui, al momento, può solo ascoltare le idee discordanti e le intenzioni con cui si recano nello stesso territorio che anch’egli vuole esplorare. Il capitano – suo coetaneo – Henry Milton Scott, il dottor Wallis, ma soprattutto “un contegnoso francese di Dordogna” e “un pratico, paffuto commerciante gallego, il signor Teodoro Sánchez”: tenete a mente questi due ultimi personaggi perché avranno un ruolo importante nello svolgersi dell’avventura.

Saranno molti anche i personaggi con cui si imbatterà nel corso dei mesi successivi, e ciascuno contribuirà a stimolare pensieri e considerazioni nel nostro veterinario. Primo tra tutti il colonnello Saavedra a cui il governo del Cile ha affidato un compito:

La guerra di Arauco dura da tre secoli. L’italiano mi ha parlato degli sforzi del governo per giungere a compimento del piano che viene ufficialmente definito di “pacificazione dell’Araucania”. Se ho ben capito si tratta di una operazione militare nel territorio a sud di Conceptión e del fiume Bio-Bio, affidata da alcuni anni al colonnello Cornelio Saavedra Rodríguez, il quale adotta con gli araucani la duplice strategia della carota e del bastone, ovvero tende la mano a chi acconsente a scendere a patti e impicca chi è di opinione contraria. (pag 30) Uomini come Saavedra senza dubbio un giorno domineranno questo mondo, ma cosa potranno portare di meglio se non l’intimidazione, l’annientamento, la terra impoverita? (pag 71)

Sacco, che è costretto a viaggiare per un periodo al seguito del drappello militare, assiste ad alcune azioni, efferati attacchi a villaggi di indios mapuche, durante i quali tutti gli abitanti vengono massacrati: un fulgido esempio di cosa si intende per “pacificazione”. Questi episodi assommati agli incontri più diretti e pacifici che egli stesso farà tra i territori impervi, cambiano sostanzialmente il suo modo di pensare in merito a come si debba interagire con le popolazioni autoctone; il suo forte senso morale e il rispetto che gli è stato insegnato non gli permettono di rimanere indifferente rispetto alla questione etica che sottende alla massiccia azione tirannica nei confronti degli indios.

Sacco, al contrario degli avventurieri che vedono in queste terre solo la possibilità di ottenere facili guadagni, è soggiogato dalla bellezza naturale e dalle potenzialità di scoperte scientifiche che si possono compiere: lui stesso si imbatte in animali mai visti e di cui non ci sono tracce nei manuali scientifici, ritrova resti di ossa che non potrebbe catalogare con quanto è già conosciuto e tutto questo esalta la sua determinazione ad avventurarsi in zone interne di cui non esistono mappe dettagliate, a suo rischio e pericolo di imbattersi – come poi succede – in animali pericolosi, come il leone di montagna – o in tribù agguerrite perché già venute in contatto con i colonizzatori.

 

L’incontro decisivo che sposta il baricentro del suo pensiero è con il francese che aveva conosciuto sul clipper con un’altra identità; si tratta in realtà di un personaggio – questo realmente esistito – che ha un ruolo molto importante nel tentativo di avviare un processo di autodeterminazione e di difesa dei territori da parte degli indios mapuche. Il francese è in realtà l’avvocato Orélie-Antoine de Tounens che, dopo avere studiato ogni aspetto giuridico, ha compreso che sulle terre non ancora rivendicate, gli indios possono avanzare un diritto di appropriazione e ha dichiarato il Regno di Araucania e Patagonia, in accordo con le tribù locali, che hanno ben capito la portata di questa idea. Idea che certo non ha raccolto molto favore negli stati interessati a mettere le mani su quegli stessi territori…

Sacco si spinge verso sud, fino ad arrivare negli avamposti più estremi, in cittadine di frontiera in cui si incontrano individui di ogni sorta e provenienza:

Punta Arenas, come mi aveva informato Sergio, è una vera città di frontiera, fino ad ora l’ultimo centro abitato all’estremo sud del mondo, composto di baracche, più che di case, in cui si aggirano molti individui che paiono i rifiuti della società. Emigranti provenienti da tutte le nazioni in cerca di chissà quale improbabile fortuna, marinai, meticci, disertori, galeotti. La città sta conoscendo una rapida espansione. È stata fondata da pochi decenni, precisamente nel 1848, per la solita ragione che il governo cileno doveva mettere un piede quaggiù prima che ce lo mettesse qualcun altro, vantando così la proprietà di una regione che era per altri versi del tutto sconosciuta e considerata di  minimo interesse. Ma una base marinara sullo Stretto ha una sua importanza strategica ed economica non indifferente trovandosi su una sempre più frequentata rotta commerciale. (pag. 176)

Dunque, questo romanzo è molte cose insieme: una storia accattivante, una ricostruzione storica basata su una minuziosa e approfondita ricerca, un romanzo storico scritto con un linguaggio molto vicino a quello dell’epoca ma pur sempre adattato a noi lettori odierni, un diario di viaggio arricchito da descrizioni naturalistiche molto reali e affascinanti, un romanzo di formazione, laddove il protagonista – affrontando imprevisti e prove – matura la sua crescita intellettuale, una lunga riflessione sugli aspetti etici legati alla colonizzazione di una terra che, come è avvenuto nel passato più a nord, ha visto scomparire molte popolazioni, con le loro culture ed idiomi di cui ogni esistenza è stata irrimediabilmente cancellata. Una storia che, come sappiamo già all’inizio, è avvolta da un alone di mistero sulla sorte del Sacco.

Cuniberti, anche lui piemontese come Federico Sacco a cui ha prestato il nome del nonno veterinario, ha scritto altri romanzi di grande qualità; in questa opera, frutto di lunghe ricerche – e, lasciatemi dire, si vede eccome – è riuscito a mettere insieme molti generi con coerenza e avvedutezza, realizzando un romanzo piacevolissimo, capace di stimolare riflessioni e, perché no, di istruire.

Pubblicato su Il mestiere di leggere.

2019-05-28T18:58:10+00:00