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La letteratura come forma per ricordare il futuro: intervista a Veronica Stigger

Per la prima volta Edicola approda in Brasile e lo fa con lo straordinario romanzo Opisanie świata di Veronica Stigger, tradotto da Nicola Biasio. Come sempre, in occasione dell’uscita abbiamo intervistato l’autrice.

Opisanie świata è ambientato nel Novecento, ma non è un romanzo storico in senso tradizionale. Il passato e il futuro sembrano agire come presenze spettrali all’interno di un presente segnato dall’imminenza della guerra. Che rapporto ti interessava stabilire con la Storia?

Non ho concepito Opisanie świata come un romanzo storico. Credo che la migliore definizione di ciò che intendevo fare si trovi nei primi versi della poesia che Natanael, figlio di Opalka, scrive nel suo taccuino: “Fare un libro antico / un libro di viaggi / con pagine che si dispiegano”. Forse, ripensandoci ora, più che un libro antico, volevo fare un libro fuori dal tempo – questa è forse, in una certa misura, una caratteristica che attraversa tutti i miei testi narrativi, come se avessero sempre qualcosa di mitico o di anacronistico. Per questo, la preoccupazione di non rendere espliciti né il luogo (o i luoghi) né il tempo in cui si svolge il romanzo.
Questi (il tempo e i luoghi) sono costruiti attraverso le immagini che compongono il libro e che qui non assolvono la funzione di mere illustrazioni, ma fanno parte della narrazione proprio perché conferiscono alla trama il suo contesto temporale e spaziale.

Tuttavia agire in questo modo non significa voltare le spalle a ciò che accade nel nostro tempo e nella nostra società; al contrario, per me, è proprio quell’altro tempo, quell’altra esperienza del tempo, che è il mito ma è anche la letteratura, a permetterci di vedere e descrivere (Opisanie świata significa, in polacco, “descrizione del mondo”) ciò che nel nostro tempo, altrimenti, rimarrebbe nascosto o non detto.Sebbene la narrazione si svolga nel passato, è possibile stabilire punti di contatto con il tempo presente. Il libro è ambientato alla fine degli anni Trenta del Novecento, quando l’Europa si preparava a entrare di nuovo in guerra. Il protagonista viene dalla Polonia, che è il primo paese a essere invaso da Hitler. Il momento era, quindi, di estrema turbolenza e di una presa del mondo da parte del nazismo. “La Polonia è finita”, dice Jean-Pierre, uno dei personaggi della storia, e subito aggiunge: “A breve tutta l’Europa non esisterà più, ammesso che esista ancora”. Non è casuale che il protagonista venga dalla Polonia e viaggi verso l’Amazzonia, un luogo, già all’epoca, non meno devastato, non meno in via di estinzione – una distruzione, peraltro, che non manca di indicare l’attuale trasformazione della regione in ciò che essa non è o che, se vogliamo sopravvivere, non dovrebbe essere: piantagioni di soia, campi per il bestiame, deserto punteggiato da mega centrali idroelettriche.

Le immagini del presente e del futuro incidono continuamente, lungo tutto il libro, sulle immagini del passato. E non solo del nostro presente: per esempio, in un capitolo, una famosa band rock inglese – la più famosa di tutte, in realtà – fa la sua apparizione per le strade di Amburgo anni prima della nascita degli stessi musicisti. Una delle grandezze della letteratura sta nel permetterci questa compressione temporale in cui i più diversi momenti storici possono coincidere nelle stesse pagine, come una sorta di esperienza totale del tempo in ogni istante. Quell’esperienza che, come i lettori di lingua italiana ben sanno, i grandi scrittori moderni – un Joyce e un Eliot, per esempio – hanno certamente appreso da Dante Alighieri. E anche io, che in questo libro invoco esplicitamente, nella stessa forma del libro, l’eredità modernista (“fare un libro antico” può essere, oggi, fare un libro moderno). Non è un caso che, già nel mio primo libro, O trágico e outras comédias, abbia pubblicato un racconto intitolato “Durante”, evidente omaggio, per qualsiasi lettore di Dante, all’autore della Commedia, come non è accidentale la mia preferenza, ogni volta che ricorro al verso, per le terzine.

I nomi dei protagonisti – Opalka e Bopp – non sono casuali: rimandano a figure “reali”, che nel romanzo vengono trasformate in un duo complementare e comico. Come hai lavorato su questa appropriazione e che ruolo ha il loro rapporto all’interno della storia?

In una certa misura, Opisanie świata ha avuto origine dalle ricerche che stavo svolgendo all’epoca della sua scrittura, quando studiavo l’artista polacco Roman Opalka, da cui ho rubato il nome per il mio protagonista, e la serie Amazzonia della scultrice brasiliana Maria Martins – serie che mi ha portato agli scrittori modernisti Mário de Andrade e Raul Bopp, che hanno libri ambientati nella regione, i classici della letteratura brasiliana Macunaíma e Cobra Norato. Ho letto molto su tutti loro. E, in queste letture, ciò che più attirava la mia attenzione era il modo in cui gli amici descrivevano Raul Bopp: ognuno aveva sempre una storia divertente – spesso, quasi irreale – da raccontare su di lui. Bopp aveva un modo di stare al mondo che lo faceva sembrare un personaggio uscito dalla finzione. È stato questo a farmi pensare di creare un personaggio ispirato a lui, ma che fisicamente non corrisponde al Bopp della vita reale. Quel suo modo di essere impazzito e generoso era il contrappunto ideale per Opalka, un personaggio malinconico e solitario. Volevo anche scrivere un libro sull’amicizia, sugli incontri casuali che finiscono per segnare le nostre vite.

 

Possiamo considerare Opisanie świata come un romanzo “cannibale” che incorpora e trasforma storie, personaggi e materiali diversi. Qual è il suo rapporto con il modernismo brasiliano e in particolare con il movimento antropofago? 

Sono professoressa di storia dell’arte. Da circa due decenni mi dedico allo studio del modernismo brasiliano e, al suo interno, del movimento antropofago. Per anni sono stata responsabile della disciplina di modernismo brasiliano nel Corso di Postlaurea in Storia dell’Arte della Fondazione Armando Álvares Penteado (FAAP), a São Paulo. Ho una serie di saggi e ricerche sul tema. Opisanie świata è, in una certa misura, non solo un romanzo antropofago, o meta-antropofago, nella misura in cui incorpora le più svariate modalità di appropriazione (citazione letterale, pastiche, ecc.), ma anche un omaggio esplicito al modernismo brasiliano. Ma non solo: è anche il risultato della volontà di ridisegnare, attraverso la finzione (e non attraverso una ricerca, un saggio), le linee di avvicinamento tra il modernismo brasiliano e le avanguardie europee. Soprattutto: il risultato del desiderio di riaprire le narrazioni della storia della letteratura e delle arti in una prospettiva che non fosse nazionalista, ma che al contempo non subordinasse semplicemente il modernismo brasiliano al modernismo europeo. Per questo, il principale luogo d’incontro di questi due mondi – di questi molti mondi – è la nave, il non-luogo per eccellenza. Siamo tutti in mezzo al cammino.

Alla fine del romanzo compare una sezione di “debiti” in cui vengono esplicitati molti riferimenti letterari, artistici, cinematografici. Perché rendere visibile questa rete di fonti invece di lasciare nascosti i riferimenti all’interno del romanzo?

I commercianti degli antichi magazzini brasiliani possedevano quaderni che erano divisi in due colonne: “avere” e “debiti”. Gli “avere” corrispondevano a ciò che dovevano ricevere; e i “debiti” a ciò che dovevano agli altri. Scrivendo questo libro, ho contratto molti debiti con scrittori e artisti in esso menzionati in un modo o nell’altro, tante volte con citazioni letterali e deliberatamente decontestualizzate, ma anche con amici, familiari, colleghi e persino sconosciuti con cui ho parlato nei miei viaggi. Ho pensato all’elenco dei “debiti” come a una risorsa poetica, se non di saldo di questi debiti, almeno di riconoscimento della loro presenza. Ma che il lettore non si illuda: forse l’elenco dei debiti serve più a confondere che a chiarire. Spetta al lettore scoprire cosa, di questo elenco, è presente letteralmente nel libro o solo evocato, o ancora ciò che forse non è altro che uno spettro che perseguita il testo senza mai materializzarsi completamente.

Leggendo Opisanie świata siamo chiamati a seguire deviazioni, riconoscere indizi e citazioni, ricomporre frammenti, collegare episodi e personaggi. Anche il titolo rimane un enigma fino alle ultime pagine del romanzo. Che tipo di rapporto ti interessava stabilire con chi legge? 

Concepisco sempre i miei libri come una sorta di scacchiera, sulla quale dispongo alcuni pezzi, invitando il lettore a prendere parte al gioco. Parte della sfida, tuttavia, è scoprire (o inventare) le regole di questo gioco, che non sono mai date completamente in anticipo. Quanto al titolo, c’è anche un’altra ragione. Con l’eccezione di due personaggi, tutti gli altri sono stranieri, nel senso che sono “spostati” dai loro luoghi d’origine. Sono in transito. Dando al libro un titolo in polacco (lingua del protagonista della storia), volevo proprio mettere il lettore, fosse anche per un breve istante, in quella posizione di straniero, o, piuttosto, rivelare che in realtà questa è la sua posizione da sempre, anche se lui non se ne accorge.

Verso la fine del romanzo, Bopp dice a Opalka: “Scriviamo per non dimenticare. O per fingere di non aver dimenticato. […] O per inventare quello che abbiamo dimenticato. Forse scriviamo soltanto di ciò che non è esistito.” Qual è per te e nel romanzo il legame tra scrittura, immaginazione, memoria e oblio?

Ho sintetizzato in queste parole di Bopp ciò che io stessa penso su questo rapporto tra scrittura, immaginazione, memoria e oblio. Ho capito, col tempo, scrivendo a partire da ricordi di momenti condivisi, che lo scrittore è una sorta di guardiano della memoria, ma di una memoria la cui fedeltà è sempre un po’ sconcertante. Egli tende a ricordare ciò che gli altri finiscono per dimenticare e, poiché gli altri dimenticano più facilmente, sembra che ciò che lui ricorda sia frutto della sua immaginazione. Mi piace pensare che immaginazione e memoria siano forse nomi diversi per la stessa facoltà. Per questo possiamo dire che la letteratura è, tra tante altre cose, una forma di ricordare il futuro.

 

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