Epica della materia è il primo romanzo di Livio Santoro, già autore delle raccolte di racconti Piccole apocalissi (2020), Commedie del vespero e della notte (2022) e Le favole nuove (2024).
Fin dal titolo, il romanzo prende le distanze dall’epica più familiare, quella delle imprese eroiche e delle vicende umane, per rivolgersi alla materia, vivente e non, ai suoi cicli, alle sue metamorfosi, alle sue distruzioni e rinascite. In un paesaggio attraversato da forze elementari e divine, appaiono lupi immobili, allodole di terracotta, gigantesche mani celesti, vermini, corpi, piante, rovine. Una figura nera emerge dalla terra portando con sé il fuoco e una memoria di violenza e distruzione. La seguiamo in un viaggio che porta alla nascita, alla formazione e alla caduta di una civiltà. Non per questo è la fine, ma solo un altro presente che diventa passato. Nell’epica di Santoro, ogni cosa è destinata a mutare forma, a disfarsi e a ricomporsi; l’umano non scompare, ma perde la propria centralità e si rivela come una piccola parte di un universo in continua trasformazione.
Epica della materia è il tuo primo romanzo dopo tre raccolte di racconti brevi e brevissimi. Cosa ti ha portato a cercare una forma più lunga?
Più che “cosa” mi ha portato a cercare una forma più lunga, “chi”: Alice e Paolo di Edicola, che negli anni, più volte, mi hanno chiesto: «Quando ci dai un romanzo?». Fuor di celia, anche se prima di Epica della materia ho pubblicato solo raccolte di racconti brevi e brevissimi (oltre alle tre con Edicola, anche una con piédimosca), è da tempo che provo a scrivere altro: nel disco rigido del mio calcolatore riposano diversi testi di varia forma e natura più o meno trascurabili e incompiuti. Sono molto innamorato delle forme molto brevi, è vero, e finora, pubblicamente, ho frequentato quasi solo loro, anche se in privato sono poliamoroso.
In occasione della pubblicazione di Le favole nuove ci hai parlato dei tuoi libri di racconti come una possibile trilogia caratterizzata da una progressione verso un immaginario più luminoso e generativo. Quali elementi di continuità o di novità introduce Epica della materia rispetto ai racconti?
Come Le favole nuove, anche Epica della materia è un libro di genesi, e soprattutto di cambiamento. Gli elementi di continuità sono sicuramente molti, anche perché le due idee centrali da cui si sviluppa il romanzo emergono proprio da altrettante immagini che mi sono rimaste in testa dopo aver scrittoLe favole nuove. In questo senso, i racconti della raccolta da cui nasce tutto sono: “Carne livida e tetra”, in cui un defunto redivivo cerca di dialogare con una pianta parassita priva di clorofilla, confrontandosi con lei sul passaggio da una dimensione sotterranea a una di superficie; e “Il mio primo sogno”, in cui in maniera piuttosto ellittica si racconta di un tempio, aperto a chiunque voglia entrare, edificato con macerie morali a partire da un sogno. Questi due racconti sono scaturigine, rispettivamente, della prima e della seconda parte di Epica della materia. È dalla loro combinazione che nasce la scintilla originaria del romanzo. Ma è anche vero che vi convergono molti altri elementi, temi e riflessioni che ho frequentato spesso nelle mie precedenti raccolte: il viaggio, per esempio, o meglio il cammino, il pellegrinaggio.
Se le continuità sono sostanziali, le novità, invece, riguardano forse solo la dimensione formale: confrontandomi con la forma lunga, ho tentato di fare un’operazione inversa rispetto a quel che ho fatto con i racconti. Questi ultimi, infatti, in quanto brevi e brevissimi, sono spesso molto densi, e in un numero di battute assai ristretto cercano di condensare trame anche piuttosto vaste; Epica della materia, invece, prova a fare il contrario: in una narrazione più estesa diluire una vicenda in cui, in termini di intreccio, di mera trama, in fin dei conti non succede tantissimo.

Epica della materia è un titolo programmatico che sposta l’attenzione dalle imprese degli eroi e dalle vicende umane alla materia, vivente e non. Che ruolo hanno l’epica, il mito, la leggenda e le cosmogonie nella costruzione di un universo di cui – citando l’epigrafe di Bonaviri – l’umano non è che una “menoma parte”?
Ecco un altro elemento di stretta continuità con i racconti: l’estensione del diritto di parola e di esperienza al non umano, animato o meno. Personalmente credo che il modo dicotomico di pensare a cui siamo ancora abituati (cultura vs natura; umano vs non umano; animato vs inanimato), che è poi un modo di situarci in maniera eccezionalista e oppositiva nella realtà che abitiamo in qualità di individui e di genere umano, abbia fatto il suo tempo sia in termini di tenuta speculativa che di possibilità narrative. Per esempio, quando vedo una roccia calcarea, penso agli esserini marini che abbiamo chiamato foraminiferi, alla loro vasta morte collettiva durata tempi infiniti, all’accumulo sui fondali di strati su strati di minuscoli gusci di calcite, alla successiva compattazione di quei resti a causa della pressione esercitata dall’acqua e dal loro stesso peso, ai movimenti della litosfera, al fondo marino che si solleva e diventa superficie, e diventa montagna. Questo per dire che un ciottolo bianco forse ha molte più cose da raccontare di un essere umano.
La tua scrittura è caratterizzata da una lingua inattuale e straniante, ricca di arcaismi e termini tecnici. In che modo la precisione quasi scientifica del lessico dialoga con la dimensione mitica del romanzo?
In genere, e anche nel caso di Epica della materia, utilizzo un lessico ricco di arcaismi e termini specialistici, diciamo così, per due motivi: da una parte, e qui c’è un’intenzione che definirei politica, per insistere sull’estensione delle possibilità del linguaggio in un periodo storico in cui la continua pressione comunicativa cui siamo soggetti nella quotidianità e l’“efficientismo” che ne consegue stanno contribuendo a impoverire parecchio le nostre capacità di parlare, di pensare e dunque di affrontare la complessità del reale. Dall’altra perché un lessico simile, essendo altro, o quantomeno non comune, lungi da quello quotidiano, sicuramente inattuale, mi aiuta ad ambientare le mie storie in mondi per l’appunto altri, non comuni né quotidiani né attuali: mi piace cioè che sia già la lingua in sé ad accompagnare chi legge altrove.
Nel romanzo colpisce la presenza di una voce narrante collettiva, un enigmatico “noi” che osserva gli eventi da una prospettiva atemporale e ne fa da testimone. Come è nata questa scelta?
Prima di tutto va detto che il ricorso a una voce narrante plurale non è una scelta così originale. Anzi, si tratta di un espediente piuttosto utilizzato. Penso per esempio ad Antoine Volodine, che (anche) sulla pluralità della voce narrante ha costruito l’intero edificio del suo post-esotismo; oppure, dalle nostre parti, a Luciano Funetta e al suo Dalle rovine, libro pubblicato ormai dieci anni orsono; o ancora, per restare nel catalogo di Edicola, a L’anno in cui parlammo con il mare di Andrés Montero. Nel mio caso, il ricorso al noi esibisce diverse funzioni. Ne elenco alcune, sperando di non essere troppo didascalico: aiuta a insistere sulla già evocata dimensione straniante della narrazione; contribuisce a estendere l’autorialità delle storie e a strapparla dalla tirannide dell’individuo, dell’io, del soggetto, del sé e degli altri fratellini di questa larga progenie di concetti destinati all’autofagia; aiuta a diffondere lo sguardo testimoniale in termini di tempo e di spazio, dato che una voce narrante plurale può parlare da tutti gli istanti e da tutti i luoghi della storia senza per forza dover essere quella di un dio. Infine, ma qui il discorso è leggermente diverso, questa voce narrante potrebbe suggerire una continuità con l’epica delle origini, che non può essere considerata come un genere per autori singoli, pensiamo al “libro” più antico della storia umana, l’Epopea di Gilgameš, o all’Iliade, all’Odissea, alla Bibbia e così a seguire, tutti testi che, come le rocce calcaree di sopra, sono stratificazioni, sono archivi.
Oltre all’attività di scrittore, lavori anche come traduttore (per Edicola, Dio dorme nella pietra e Nemesis di Mike Wilson e Minima mitologica di Rosalba Campra). Come dialogano, nel tuo lavoro, creazione letteraria e traduzione? In che modo la tua esperienza come traduttore ha influito sulla tua scrittura e viceversa?
L’attività di traduzione dialoga naturalmente molto con l’attività autoriale. Anche soltanto perché per tradurre un libro bisogna riconoscerne a fondo la struttura e assecondarla, e lo stesso con le soglie, i passaggi, l’incedere, il ritmo, la musica e tutte le altre cose che a una lettura meno attenta potrebbero forse sfuggire. E imparare a riconoscere tutto questo in un libro può aiutare a scriverne altri, perché avvicina a tecniche e dispositivi narrativi che magari prima si ignoravano. Poi c’è il dialogo con i singoli libri tradotti, e su questo sarei bugiardo se dicessi che Epica della materia non dialoga volontariamente con i libri di Mike Wilson che ho tradotto per Edicola. Per quanto riguarda invece l’influenza dell’esperienza di scrittura sulle attività di traduzione, la questione è semplice: quando si traduce bisogna tenere a bada lo slancio creativo ed evitare il rischio di sovrapporre la propria voce a quella originale.




