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Traghettare voci da una lingua all’altra: intervista a Giulia Zavagna e Elisa Tramontin

Questo รจ uno spazio di approfondimento dove abbiamo la fortuna di ospitare preziose interviste ad autori e autrici che ci portano nel backstage della creazione letteraria. Eppure, tra chi scrive e chi legge (e accanto al lavoro di chi pubblica), cโ€™รจ un passaggio decisivo: la traduzione. Un lavoro fondamentale, che ci sta particolarmente a cuore e per il quale nel 2024 Edicola Edizioni ha ricevuto il Premio Nazionale per la Traduzione del Ministero della Cultura.

รˆ proprio alla traduzione che abbiamo deciso di dedicare questo articolo del blog, prendendo spunto da due libri molto diversi, ma accomunati dallโ€™oralitร  come elemento centrale: Lโ€™esca, romanzo dโ€™esordio della scrittrice uruguaiana Eugenia Ladra, tradotto da Elisa Tramontin, e Lโ€™anno in cui parlammo con il mare di Andrรฉs Montero, tradotto da Giulia Zavagna e vincitore del Premio IILA 2025 per la migliore traduzione.

Chi poteva parlarcene meglio delle traduttrici stesse? Elisa Tramontin e Giulia Zavagna ci portano nel vivo del loro lavoro, raccontandoci come si traduce una voce, dalle sfide della lingua cruda e โ€œmasticataโ€ di Ladra alle scelte che danno vita a una voce collettiva, come nel romanzo di Montero.

GIULIA ZAVAGNA: QUANDO TRADURRE รˆ COME TORNARE A CASA

Andrรฉs Montero รจ un narratore eccezionale: la sua voce, declinata in racconto orale o scritto, ha un timbro inconfondibile per chiunque la incontri, e ancor di piรน per chi nel tempo si รจ allenato ad ascoltarla. Parlo di allenamento perchรฉ Lโ€™anno in cui parlammo con il mare รจ il terzo titolo dellโ€™autore che ho avuto lโ€™opportunitร  di affrontare, e seguire lโ€™evoluzione di una prosa e di un pensiero cosรฌ da vicino รจ un privilegio straordinario: tradurre questo romanzo per me รจ stato quasi come tornare a casa. Con questo non intendo dire che sia stato facile, unโ€™impresa di poco conto (tornare a casa non lo รจ mai), piuttosto un lento ritrovarsi e sorprendersi di cosa รจ rimasto uguale e di cosa รจ cambiato, ma con una costante sensazione di vicinanza, di familiaritร .

Dei tanti dettagli che raccontano quella vicinanza lโ€™oralitร  in particolare mi sta molto a cuore, perchรฉ nellโ€™opera di Montero non solo rende umani i personaggi, rende vivi i luoghi, credibili i dialoghi, ma spesso fa da cardine e motore delle storie, รจ un filo rosso che unisce la memoria, la leggenda e naturalmente la poesia: non รจ un caso che uno dei riferimenti chiave per lโ€™autore, fin dallโ€™esordio, sia Shahrazร d. E, da Le mille e una notte in poi, lโ€™oralitร  in un testo si puรฒ manifestare in tanti modi. Ovviamente cruciale รจ il discorso diretto, ma non solo: credo che la scelta dei tempi verbali, lโ€™alternanza dei registri, lโ€™uso calibrato delle ripetizioni โ€“ mai casuale in una prosa tanto cesellata โ€“ contribuiscano a fondere parola scritta e parola parlata, dando concretezza a quel che leggiamo, facendocelo sentire piรน vicino.

Dalla prima pagina salta agli occhi inoltre una scelta ben precisa e direi piรน radicale: questo romanzo parla al plurale. Racconta la storia di due fratelli, la storia di unโ€™isola, ma lo fa attraverso gli occhi di una comunitร . A narrare la vicenda sono gli isolani: a volte in modo compatto, a volte in piccoli gruppi, quasi mai con una sola voce, salvo quando passano la parola ai due gemelli protagonisti. รˆ una scelta insolita, che ha un valore narrativo e un valore politico, e che a mio avviso muove un ulteriore passo verso lโ€™oralitร .

Per tradurre questo romanzo ho lavorato tanto sul tono, come sempre si fa, ho attinto al mio lessico famigliare, ho letto e riletto ad alta voce, ma due sono state le scelte che dopo mesi mi hanno finalmente dato la sensazione che il testo scorresse nel modo giusto. La prima: trasformare quel narratore collettivo da un banale ยซnoiยป a un ben piรน espressivo ยซnoialtriยป, che si poteva declinare al maschile e al femminile, che raccontava meglio un luogo remoto, lontano da tutto, che occupava uno spazio diverso sulla pagina e cambiava completamente il ritmo di ogni frase. La seconda: generalizzare e parafrasare il termine bicho in ยซquella brutta robaยป. Nel libro รจ unโ€™allusione al Covid-19, che lโ€™autore chiama sempre bicho (alla lettera ยซanimalettoยป, ยซbestiaยป, ยซinsettoยป) senza mai utilizzare lo sventurato lessico della pandemia che conosciamo fin troppo bene. Un azzardo? Forse sรฌ, eppure entrambe le soluzioni erano lรฌ ad aspettarmi nel cuore del testo di partenza, che parla la lingua orale prima di quella scritta, e la lingua delle persone prima di quella dei libri.

La vera fortuna รจ stata avere il talento di Andrรฉs e la cura paziente di Alice e Paolo a salvarmi da ogni inciampo.

 

ELISA TRAMONTIN: TRADURRE IL NON DETTO

Nel romanzo Lโ€™esca di Eugenia Ladra lโ€™oralitร , elemento chiave dello stile, non serve soltanto a far parlare i personaggi โ€œcome nella vita realeโ€: รจ il mezzo attraverso cui prende forma una voce narrativa autentica, concreta, quasi palpabile. In questo testo lโ€™oralitร  non chiarisce nรฉ esplicita, ma costruisce unโ€™atmosfera e offre gli indizi per decifrare unโ€™estate infinita in cui sembra non accadere nulla.

La storia รจ ambientata in un paesino sperduto vicino a un grande fiume, un luogo fittizio chiamato Paso Chico, la cui voce potrebbe celarsi proprio dietro alla terza persona singolare della narrazione. รˆ un mondo chiuso, regolato da codici silenziosi, spietati e brutali. La lingua riproduce forme locali e popolari, dal sapore antico, rielaborate dallโ€™autrice in modo originale, e contribuisce a creare un clima di tensione fatto di mormorii, dicerie e credenze. A serpeggiare รจ soprattutto il โ€œnon dettoโ€ che fermenta nella routine dei personaggi: presentimenti e superstizioni non solo anticipano gli eventi, ma finiscono per determinarli, in un circolo vizioso in cui la parola precede e condiziona la realtร .

Frasi brevi, spezzate, ripetizioni e parole attaccate producono un effetto ipnotico, immergono in unโ€™atmosfera quasi teatrale come se la storia fosse raccontata ad alta voce. Le descrizioni del paesaggio, puntuali e talvolta liriche โ€“ in netto contrasto con la violenza, implicita ed esplicita, che costella le pagine del romanzo โ€“ generano, sostenute da un ritmo che non viene mai meno in tutta la narrazione, un impatto quasi sensoriale: immagini tattili che restituiscono una sensazione densa, vischiosa, opprimente. Il linguaggio รจ crudo, diretto, respingente; ristagna come le acque del fiume e non fa sconti sulla grettezza degli abitanti di Paso Chico che convivono con la protagonista, Marga, una tredicenne marchiata da un destino che ancora non sa nominare. รˆ spesso il suo corpo a parlare: la sua lingua che esplora, le sue dita che sfiorano. Non a caso lโ€™epigrafe dal Pedro Pรกramo di Juan Rulfo โ€“ e questo รจ solo fuori; dentro sono tutta un mare di melma โ€“ suona come una dichiarazione di intenti.

Lโ€™autrice intreccia quindi queste voci terrigne per unโ€™oralitร  che non sembra solo una scelta stilistica: il linguaggio colloquiale plasma il mondo e lโ€™esperienza della protagonista, creando una vera e propria gabbia attraverso cui osserviamo la sua storia.

Devo confessare che, dopo il colpo di fulmine della prima lettura โ€“ del tutto fortuita: un libro di cui non sapevo nulla, che mi ha adescata (sรฌ, proprio come unโ€™esca) da uno scaffale di una piccola libreria di Siviglia โ€“ quando mi sono trovata davanti alla pagina bianca per cominciare a tradurre, ho capito di avere di fronte un testo esigente. Non mi aveva solo coinvolta emotivamente, spinta da una pulsione quasi morbosa a proseguire la lettura e ad assaporare dettagli che mi lasciavano un retrogusto sempre piรน amaro, trascinandomi nella minaccia latente del paesaggio e dellโ€™atmosfera sul punto di esplodere. Ho capito che quella lingua masticata, la mimesi del parlato mai esplicitata in veri dialoghi, i verbi sostantivati (encandile, chupe, ruidaje), quel modo di attaccare le parole โ€“ cosarrara, dadovuelta, comoloco, malarracha โ€“ sferrate come pugni dalla voce narrante, avrebbero richiesto calma, creativitร  e una comprensione profonda, oltre a molta rielaborazione.

E ho fatto fatica, non lo nego: rileggevo le pagine tradotte e sentivo che qualcosa non funzionava, che il fluire spontaneo che avevo riscontrato nelle pagine di Eugenia Ladra in italiano non emergeva ancora, e che cโ€™era molto da limare per avvicinarmi a quella voce speciale. Anche a costo di allontanarmi piรน del previsto dallโ€™originale che tanto mi aveva affascinata, pur di offrire al lettore una resa efficace e plausibile. A un certo punto credo di aver cambiato approccio, forse senza accorgermene: ho provato a staccarmi dallโ€™atmosfera prettamente uruguaiana โ€“ il paesaggio, la lingua, le espressioni dellโ€™entroterra โ€“ per concentrarmi sul messaggio universale del romanzo, che pur radicato in un luogo vagamente riconoscibile potrebbe appartenere a qualsiasi parte del mondo. Ho cercato allora di immaginare tutto in un altrove per me piรน familiare, partendo dallโ€™ascolto e tentando di approdare a una voce diversa ma altrettanto autentica, con il rammarico di perdere inevitabilmente la specificitร , ma nella speranza di guadagnare in universalitร  e restituire almeno la sensazione di fatalismo che impregna la storia, insieme a unโ€™esperienza sensoriale ed emotiva.

Si sa che la traduzione non รจ mai una mera trasposizione di parole, ma un processo di tentativi, ripensamenti e revisioni, alla ricerca di un equilibrio in cui a volte le scelte lessicali diventano cruciali: termini simili che racchiudono sfumature precise, una coerenza interna che impone controlli serrati. Moltissime, ad esempio, le parole della sfera del caos โ€“ tumulto, barrullo, jolgorio, bochinche, alboroto, escรกndalo, revueloโ€ฆ โ€“ che pur avendo corrispettivi in italiano hanno richiesto volta per volta la scelta piรน adatta. O il problema opposto: ripetizioni introdotte da me che non esistevano nellโ€™originale. Ho riempito pagine (sempre con lโ€™aiuto dellโ€™inseparabile dizionario analogico) di termini legati alla sfortuna, alla malasorte, alla iattura: Marga รจ una yeta, una โ€œiettatriceโ€, una โ€œmenagramaโ€ (curiosa la scoperta nel Diccionario del espaรฑol de Uruguay dellโ€™origine napoletana del termine, jetta) porta malarracha, che non รจ solo una prosaica โ€œsfigaโ€, ma una sventura, una disgrazia che lei โ€œchiamaโ€, che lei attira e che si trascina nel tempo, un tempo che qui diventa tragicamente infinito. Persino lo sgangherato circo tanto atteso si chiama โ€œFortunaโ€.

Tradurre Lโ€™esca, dunque, รจ stata per me unโ€™esperienza coinvolgente, durante la quale mi sono ritrovata per lโ€™ennesima volta a rimettere (gioiosamente) in discussione il mio modo di ascoltare, di tradurre, di traghettare un mondo in unโ€™altra lingua. Nella speranza di non averne tradito lโ€™essenza, e che lโ€™intensitร  della vibrazione dellโ€™originale riverberi anche nella sua โ€œsorellaโ€ italiana.

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