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Geografie dell’imperialismo

Ci sono momenti in cui alcune parole sembrano tornare ad imporsi, non perché siano nuove, ma perché continuano a descrivere con precisione ciò che succede attorno a noi. Imperialismo è una di queste.

Parlare di imperialismo significa parlare di politiche e pratiche di espansione e dominio attraverso le quali uno Stato esercita il proprio controllo su territori e popoli esterni ai propri confini. Questo dominio può assumere forme diverse – militari, politiche, economiche, culturali – ma si fonda sempre su una relazione di forte disuguaglianza. Anche quando non passa dall’occupazione diretta, l’imperialismo continua a operare in forme meno visibili: nello sfruttamento delle risorse, nella gestione dei territori, nelle relazioni di dipendenza che sopravvivono anche dopo la fine degli imperi.

All’inizio di questo 2026, osservando ciò che accade nel mondo, abbiamo sentito l’urgenza di tornare a riflettere su questa parola. Da qui nasce questo primo Malón dell’anno, in cui vi proponiamo un percorso all’interno del catalogo di Edicola per pensare e riflettere insieme a voi, come sempre, con e a partire da i libri.

I testi che abbiamo scelto sono molto diversi tra loro per forma e ambientazione: Due sherpa dell’argentino Sebastián Martínez Daniell guarda alla storia dell’Everest e del lavoro di chi ne rende possibile l’ascesa; Qui solo per poco della colombiana María Ospina Pizano segue traiettorie migratorie animali e umane, attraversando territori segnati da sfruttamento ed estrattivismo; Yomurí della cilena Cynthia Rimsky ruota attorno alla rivendicazione di una terra indigena, segnata da una lunga storia di espropriazioni e rimozioni. Tre prospettive diverse che, lette insieme, ci permettono di interrogare le persistenze e le trasformazioni dell’imperialismo nel presente.

CONQUISTARE LA VETTA

Due sherpa di Sebastián Martínez Daniell è costruito attorno a una scena minima e perturbante: due sherpa sono fermi sull’Everest, affacciati sull’orlo di un precipizio, e osservano il corpo di un alpinista inglese caduto su una sporgenza poco più in basso. Non sanno cosa fare. Aspettano. Quel tempo sospeso – probabilmente pochi minuti – si dilata in oltre duecento pagine, dove si aprono linee narrative diverse: le vite dei due sherpa, la storia della montagna, l’imperialismo britannico, il teatro di Shakespeare, la geologia, il silenzio.

Una delle linee narrative centrali è dedicata alla storia dell’Everest e delle spedizioni che, nel corso del Novecento, ne hanno fatto un luogo carico di valore simbolico, dove si concentrano ambizioni, fallimenti e retoriche della conquista. Tra il 1921 e il 1924 l’Everest viene trasformato in un obiettivo nazionale britannico: la ricognizione del 1921, il tentativo del 1922 segnato dalla morte di sette sherpa in una valanga e la scomparsa di Mallory e Irvine nel 1924 costruiscono il mito della vetta, raggiunta solo trent’anni dopo, nel 1953, da Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing Norgay. Dalle prime esplorazioni alle grandi imprese nazionali, l’autore ricostruisce il modo in cui la montagna viene progressivamente nominata, misurata, raccontata e trasformata in obiettivo. Il racconto storico si intreccia al presente, rendendo visibile una stratificazione di tempi che dà profondità alla scena centrale e mostra come ogni gesto sulla montagna sia attraversato da ciò che è accaduto prima.

Nel corso del tempo, però, l’obiettivo cambia. Se nelle prime fasi della storia dell’Everest si trattava di raggiungere la vetta, conquistarla, dimostrare di poterla dominare, l’accesso alla montagna si è progressivamente ampliato. Le spedizioni d’élite hanno lasciato spazio a flussi sempre più ampi di alpinisti e turisti, trasformando l’ascesa in un’esperienza ripetibile, organizzata, regolata. Questa apparente democratizzazione dell’accesso non elimina le disuguaglianze, ma le ridistribuisce: mentre il numero di chi sale aumenta, il peso del lavoro, del rischio e delle conseguenze continua a ricadere in modo sproporzionato sugli sherpa.

Pur essendo coloro che vivono ai piedi della montagna, che la conoscono e la percorrono da generazioni, gli sherpa vengono progressivamente assorbiti in un sistema che decide per loro, ridotti a una funzione all’interno dell’impresa altrui, nonostante siano loro a renderla possibile. Gli effetti di questo processo si misurano in termini molto concreti: sono soprattutto gli sherpa a morire nelle grandi catastrofi dell’Everest, dalle valanghe delle prime spedizioni fino a quelle più recenti. Il romanzo ricorda anche il primo sciopero sherpa della storia, momento in cui questa asimmetria viene finalmente nominata e messa in discussione, insieme all’idea che il rischio sia una conseguenza naturale e inevitabile.

 

SORVOLARE LE CICATRICI DELLA TERRA

Dalle vette verticali dell’Himalaya, dove il potere si misura in metri d’altitudine e vite sacrificate, ci spostiamo verso le traiettorie orizzontali del continente americano, dove l’imperialismo assume le forme dell’estrattivismo e del controllo delle frontiere. Qui solo per poco di María Ospina Pizano è un libro abitato da vite in movimento: animali e persone che si spostano, deviano, vengono costrette a cambiare rotta. Al centro di questo mosaico si muove una tangara scarlatta nel suo viaggio migratorio dagli Stati Uniti alla Colombia, che collega territori segnati da disuguaglianze profonde.Sospesi in volo, vediamo città iperilluminate, aeroporti, grattacieli di vetro, ma anche territori segnati da interventi agricoli intensivi, da miniere e da contaminazioni chimiche che li rendono sempre più inabitabili.

Lungo questa rotta affiorano anche storie di migrazione umana: persone che attraversano confini, che vengono respinte o costrette a fermarsi in base a decisioni politiche ed economiche prese altrove.La mattina in cui la tangara scende nel bosco ai piedi dell’Homestead Temporary Shelter for Unaccompanied Children, una funzionaria osserva i monitor della sorveglianza. Sugli schermi scorrono file di bambini in uniforme: campi da calcio, strade recintate, bagni chimici, un parcheggio dove alcuni salgono su un autobus del Department of Corrections. Più in alto, centinaia di uccelli attraversano il cielo sopra il campo che si riempie di corpi, ma nessuno sembra alzare lo sguardo. La tangara riprende la sua rotta.

È attraverso questo intreccio che in Qui solo per poco emergono le dinamiche imperialiste. I territori attraversati dall’uccello appaiono come spazi inseriti in circuiti economici che li consumano e li svuotano: il valore viene estratto e spostato altrove, mentre sul posto restano precarietà e inquinamento. Le stesse condizioni che segnano questi luoghi contribuiscono a spingere le persone a spostarsi, esponendole a forme di controllo e selezione che regolano chi può muoversi e a quali condizioni.

 

UNA TERRA PROMESSA

Yomurí di Cynthia Rimsky intreccia destini personali e lotte collettive in un viaggio verso un territorio che è tanto geografico quanto mitico. Eliza vive all’estero e rientra nel suo paese natale per occuparsi del padre, ex diplomatico anziano e malato. Kovacs ha attraversato la vita inseguendo “sogni” – donne, idee, progetti lasciati a metà – e continua a rivendicare libertà e autonomia anche mentre il corpo cede. Mentre Eliza cerca di affrontare cure, ricoveri e case di riposo, il padre propone un viaggio improvviso verso Yomurí, che lei accetta più per sfinimento che per convinzione, e che procede a tappe incerte, tra autobus, passaggi improvvisati e strade interrotte. A questa storia familiare si alterna quella di La Verde, una giovane studentessa che attraversa una crisi profonda dopo aver scoperto di avere origini indigene. Venuta a sapere che il padre aveva cambiato cognome per integrarsi nel passaggio dalle montagne alla città, lascia l’università e si unisce a un gruppo di attivisti impegnati nel “recupero simbolico” del territorio di Yomurí.

Ma cos’è Yomurí? È l’átak, il “luogo della creazione” originale. È un simbolo di resistenza, da quando nel 1450, secondo i racconti, gli antenati preferirono gettarsi da un precipizio piuttosto che perdere la propria libertà. È un luogo che sfugge alle mappe e alle logiche lineari: i percorsi per arrivarci sono circolari, frammentari e la destinazione resta sempre un miraggio – esistenziale per Kovacs, politico per gli attivisti. E quando finalmente arrivano, Yomurí non è quello che si aspettavano: boschi bruciati, recinzioni, rottami, cartelli con i nomi dei proprietari.

Nel romanzo di Rimsky, l’imperialismo non solo appare come una forza legata al passato, ma come una logica di dominazione che persiste nel presente attraverso il controllo politico ed economico. La lotta per Yomurí rappresenta la resistenza contro uno Stato e un impero che hanno sistematicamente cancellato l’identità dei popoli originari. La storia del territorio è segnata da 44 trattati di pace firmati tra il 1586 e il 1871, nessuno dei quali è stato rispettato dallo Stato-nazione. Il “recupero simbolico” guidato dall’Heredera Principal sfida questa logica, cercando di riappropriarsi del territorio non con la violenza permanente, ma con una presenza che eviti la distruzione. La risposta dello Stato è però militare: soldati, mezzi blindati, gas e armi che colpiscono corpi e ambiente, mostrando l’imperialismo come una combinazione di forza armata e amministrazione legale del territorio.

 

LEGGERE I LIBRI, LEGGERE IL MONDO

In Due sherpa l’imperialismo si manifesta come conquista: una montagna trasformata in simbolo, in obiettivo, in spettacolo. Ma dietro l’epica restano corpi che lavorano, rischiano e muoiono perché altri possano “salire”. In Qui solo per poco quella logica si sposta su un piano orizzontale, con rotte che attraversano territori sfruttati fino a diventare invivibili, confini che selezionano chi può muoversi e chi no, vite rese precarie da economie che estraggono valore e lasciano scarti. In Yomurí, infine, l’imperialismo è una storia lunga che non si è mai conclusa: espropriazioni, trattati traditi, burocrazie e armi che continuano a decidere chi ha diritto a una terra e chi viene cancellato dalle mappe.

I libri gettano luce su questi meccanismi di dominio e dinamiche di potere più o meno visibili, che rischiamo di non riconoscere come tali perché normalizzate, disperse, spesso apparentemente lontane. Le mostrano nel loro funzionamento concreto, nei luoghi e nelle vite su cui continuano a produrre effetti. Non offrono un quadro completo ed esaustivo, definizioni, spiegazioni e tantomeno soluzioni, ma permettono di osservare come certe logiche si ripetano, si adattino, si spostino da un contesto all’altro e in questo modo ci aiutano a riconoscere la persistenza dell’imperialismo nel nostro presente e nelle sue diverse forme. Con Edicola, ci impegniamo in questo esercizio di attenzione – ai luoghi, alle vite, alle connessioni tra storie diverse – convinti che i libri ci offrano uno strumento prezioso per leggere ciò che accade intorno a noi.

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