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Il sistema del tatto: la prefazione di Nadia Terranova

Alejandra Costamagna ha dichiarato una volta che Il sistema del tatto è “un album famigliare lavorato fino a essere finzione”. Questa definizione-contenitore è la prima bussola per addentrarsi nel libro, si allaccia alle due frasi poste in esergo, una di Natalia Ginzburg, la scrittrice che dal lessico famigliare ha tratto un capolavoro, l’altra di María Sonia Cristoff che spiega in poche parole come le storie degli antenati siano le prime fiabe che ogni bambino incontra e conosce. Fiabe vere, che possono disorientare come una bussola impazzita: a meno di non essere capace di distenderle e rinarrarle, come può fare un’attenta e temeraria narratrice.

Il primo talento che Costamagna dispiega in questo romanzo (che si chiama romanzo e non autobiografia, romanzo e non autofiction: ROMANZO, tutto maiuscolo, la parola più bella del mondo, parola che tiene assieme verità e finzione) è aver individuato nell’orizzonte della propria storia una radice ampia, non asfittica. Nei viaggi tra il Cile e l’Argentina che faceva da piccola, nelle farfalle della cordigliera rincorse e salvate come uccelli senza voce, nelle schegge delle bombe conficcate nelle gambe della prozia Nelida, Alejandra Costamagna non ha letto soltanto sé o il proprio vissuto ma ha riscritto la storia di un confine.

Cos’è un confine? È più di un paese, è una zona che di paesi ne contiene almeno due, contaminati e separati allo stesso tempo. Chi vive sul confine ha lo sguardo aumentato, è bifronte, può guardare a nord e a sud; a volgere lo sguardo dal confine sono persone che hanno consuetudine con l’andare, il partire, il tornare. Chi, fra gli umani, conosce il confine non si stupisce della vita.

Qualche anno prima che uscisse Il sistema del tatto, lo scrittore e giornalista tarantino Alessandro Leogrande in Italia aveva pubblicato un libro importante intitolato La frontiera, una raccolta di storie di migranti filtrate attraverso il suo sguardo e le sue ricerche. “La frontiera è il termometro del mondo”, scriveva; e ancora: “La frontiera corre sempre nel mezzo. Di qua c’è il mondo di prima. Di là c’è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai.” Leogrande è morto poco dopo, La frontiera sarebbe stato il lascito di una vita, breve e intensissima, spesa a osservare, indagare, cercare di capire le vite di chi traversa e travalica. Sulla sua precisa frontiera, Costamagna raccoglie l’ideale testimone e volge l’occhio verso sé per scrivere quello che sembra un romanzo famigliare ma si rivela soprattutto un romanzo politico. La letteratura e il reportage si fondono, come nel libro di Leogrande, però invertendo i punti di vista. Entrambi gli autori non stanno zitti di fronte alle narrazioni stereotipate della cronaca ed entrambi vogliono scavare per combattere l’oblio. Leogrande raccoglieva storie degli ultimi, degli inenarrabili, senza cercare giustificazioni o buonismi; Costamagna denuncia la mistificazione, il mito dello straniero dal buon comportamento cui tocca non sbagliare neanche un passo per essere accettato in un contesto sociale posto oltre una fittizia barriera. Leogrande inseriva nel suo testo le regole del viaggio, qui nel romanzo di Costamagna abbiamo estratti da un Manuale dell’emigrante italiano all’Argentina del 1913: le frontiere cambiano, le migrazioni variano, gli stereotipi e le costrizioni restano duri a morire. Ma Il sistema del tatto non è solo un testo di denuncia: è un romanzo, bellissimo, in cui ad attraversare la frontiera è una donna, in un certo senso il controcanto femminile delle storie di Leogrande. Ania, la chilenita, la piccola straniera, è capace di un viaggio immenso, fisico e materico ma anche interiore e poetico, duro ed essenziale. Viaggia per portare l’addio a un cugino che muore, ha quarant’anni e porta con sé la memoria dei viaggi già compiuti. Si apre così un tempo di confine tra vivi, morti e moribondi, un tempo di libri letti e cieli plumbei oppure nitidissimi, un tempo di addii, soste, rinascite, capezzali e bambini, riflessioni sull’infanzia e la violenza. Il sistema del tatto grazie al quale si può scrivere senza mai guardare la tastiera diventa una postura illuminante: fiducia in sé stessi, sguardo dritto, niente esitazioni. Un attraversamento per valicare paesi ed epoche.

La scatola che apriamo insieme alla protagonista riversa fotografie e appunti, cumuli di carta che parlano dal passato. “La famiglia è un groviglio di voci, di silenzi e di vecchie battute che nessuno capisce più” ha scritto Natalia Ginzburg. E ciò è vero almeno finché qualcuno non scioglie e decodifica il groviglio, durante un funerale così prolungato da culminare in un battesimo. Un funerale che nelle parole di Costamagna “disordina la testa”: ma è solo nel disordine che possono prendere vita nuovi pensieri. Il centro del Sistema del tatto spacca le corazze e apre le porte al nuovo, come i quarant’anni di Ania, l’età in cui ci si lascia indietro la prima metà della vita, i ricordi, le radici. Crescono allora un nuovo albero e una nuova chioma, e il futuro nasce dai fantasmi.

La vera protagonista del Sistema del tatto, dunque, è la scrittura. I tasti sotto le dita si allineano ai pensieri o li tradiscono. La corretta ortografia delle parole implica una tensione, uno sforzo. La consegna ai posteri di frasi, bozzetti, tentativi di narrare il proprio tempo segnala un’urgenza. Bisogna contenere un intero universo dentro al lessico, che sia il lessico del popolo o della famiglia (ed è sempre il lessico di un preciso popolo, di una precisa famiglia a diventare riconoscibile da tutti). È bello leggere un romanzo sulla scrittura: l’opera riflette su di sé mentre riflette sul mondo.

C’è qualcosa di magico in una trama di strappi e sussulti. È come se Alejandra Costamagna ci tenesse sulla soglia, ammonendo: non è vero che le soglie vanno attraversate, bisogna invece darsi il tempo di starci dentro. Sulle frontiere c’è quello che ci serve per non vivere in maniera rigida o impermeabile. Allora non contano più il passato e il futuro, solo il presente in cui siamo corpi vivi, dopo le disgrazie, dopo le rovine, corpi stranieri e leggeri come farfalle di confine: però con la voce.

Nadia Terranova

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