María José Ferrada è una di quelle autrici che, negli anni, sono diventate di casa per Edicola. Nel 2018 abbiamo pubblicato Kramp, il suo primo romanzo; nel 2021 è arrivato Niños, volume illustrato realizzato insieme a María Elena Valdez, seguito nel 2022 da un nuovo romanzo, La casa sul cartello. Quest’anno l’autrice cilena è stata tra i finalisti del prestigioso Hans Christian Andersen Award, spesso definito il Nobel della letteratura per ragazzi, e tra i candidati all’Astrid Lindgren Memorial Award, uno dei riconoscimenti internazionali più importanti dedicati alla letteratura per ragazzi. La festeggiamo con questo approfondimento dedicato ai suoi tre libri.
KRAMP: L’INFANZIA COME APPRENDISTATO
M ha sette anni ed è la figlia di D, un commesso viaggiatore che vende articoli di ferramenta della marca Kramp. Approfittando della distrazione della madre, la piccola M inizia a saltare la scuola per accompagnare il padre nei suoi viaggi. Attraversano il sud del Cile a bordo di una Renault 4, visitando piccoli paesi di provincia e instaurando una strana società fondata sulla complicità e su piccoli inganni. M diventa l’assistente di D: osserva i clienti, impara quando conviene parlare e quando restare in silenzio, e scopre che uno sguardo ben calibrato può convincere un negoziante a comprare più prodotti del necessario. Tra una trattativa e l’altra si fermano nei bar frequentati da altri commessi viaggiatori, personaggi itineranti che condividono storie, bugie e una specie di filosofia fatta di probabilità, coincidenze e classificazioni. I paesi si assomigliano tutti e le giornate si misurano in chilometri percorsi, ordini raccolti e tazze di caffè.
Sullo sfondo di questi viaggi c’è il Cile dei primi anni Ottanta, nel pieno della dittatura militare. La violenza politica non viene mai descritta direttamente, ma emerge piuttosto – filtrata dallo sguardo e dal racconto di M – attraverso alcuni personaggi secondari. La madre di M, che non viene mai chiamata per nome, resta una figura distante e misteriosa: la sua assenza permette alla bambina di condurre una “doppia vita”, il che potrebbe farci pensare a una madre irresponsabile, ma M si affretta a suggerire che forse è la vita stessa a esserlo stata con lei. Un’altra presenza periferica ma fondamentale è E, proiezionista del cinema universitario e appassionato di fotografia, che viaggia con D e M alla ricerca di “fantasmi” da catturare con la macchina fotografica, prima che le loro ossa diventino polvere e le loro tracce scompaiano definitivamente.
M racconta ciò che vede con uno sguardo che è allo stesso tempo ingenuo e incredibilmente lucido: classifica gli eventi, costruisce teorie, osserva il comportamento degli adulti con curiosità quasi scientifica. Il mondo degli oggetti – seghetti, chiodi, trapani – diventa per lei una specie di sistema per interpretare la realtà, come se l’universo funzionasse secondo le stesse leggi di una ferramenta. In Kramp, María José Ferrada ci mostra l’infanzia come un apprendistato: come il tentativo di imparare a leggere il mondo mentre lo si attraversa, anche quando ciò che ci succede e ci circonda resta solo parzialmente comprensibile.
LA CASA SUL CARTELLO: L’INFANZIA COME OSSERVATORIO
Se la storia di Kramp è tutta in movimento, La casa sul cartello si sviluppa invece attorno a un punto preciso: un grande cartellone pubblicitario della Coca-Cola, su cui un uomo di nome Ramón decide di andare a vivere.
Qui il narratore è Miguel, un bambino di undici anni che vive con la madre in un complesso di palazzine popolari alla periferia di una città. Un giorno Ramón decide di approfittare del suo nuovo lavoro come sorvegliante di cartelloni pubblicitari: armato di corde, carrucole e qualche asse di legno, scala la struttura di ferro dell’insegna della Coca-Cola, ci costruisce una casa e comincia a viverci. Miguel osserva tutto dalla finestra di casa e, grazie alla zia Paulina – compagna di Ramón – riesce a salire più volte sul cartello, scoprendo un luogo fragile e precario ma anche sorprendentemente autosufficiente: un piccolo rifugio sospeso tra il cielo e la città, da cui si vedono le luci delle palazzine, il canale, i campi e le stelle.
Ma ciò che all’inizio appare come una semplice eccentricità comincia presto a cambiare il clima del quartiere. Con il passare dei giorni, l’esperimento solitario di Ramón suscita il sospetto degli abitanti delle palazzine. Le finestre si riempiono di sguardi, le conversazioni filtrano tra gli appartamenti e la casa sul cartello diventa oggetto di commenti, giudizi e discussioni. Qualcuno ride, qualcuno lo considera un pazzo, altri pensano che crei disordine e quindi problemi. Quasi nello stesso momento, un’altra presenza si affaccia ai margini della comunità: lungo il canale iniziano a comparire alcune baracche, costruite dai Senza Casa che accendono fuochi la sera. Da lì in avanti, le storie di Ramón, dei Senza Casa e degli abitanti delle palazzine si intrecciano. La tensione cresce lentamente fino a esplodere dopo la scomparsa di un bambino.
Tutta la storia è filtrata dallo sguardo curioso e analitico di Miguel, che, a differenza degli adulti, riesce a vedere oltre l’odio e la violenza. Dal cartello il bambino scopre che esistono fili invisibili che collegano le cose – tra ciò che accade sulla terra e ciò che accade più in alto – e che cambiare punto di vista può trasformare anche il modo in cui il mondo appare. È da quella posizione intermedia, sospesa tra le palazzine e il cielo, che Miguel osserva gli adulti e le loro paure. In questo spazio fatto di gioco, silenzio e osservazione, l’infanzia diventa ancora una volta il luogo da cui interrogare – e talvolta smascherare – la realtà degli adulti.
NIÑOS: L’INFANZIA COME MEMORIA
Se i due romanzi rappresentano in qualche modo un’eccezione all’interno della produzione dell’autrice cilena, il cuore dell’opera di María José Ferrada sta nei libri per l’infanzia. È soprattutto grazie a questo lavoro, costruito negli anni, che Ferrada è stata candidata al premio Andersen. Tra questi, Edicola ha pubblicato nel 2021 Niños, illustrato dall’artista venezuelana María Elena Valdez.
Il libro nasce come omaggio ai trentaquattro bambini uccisi o scomparsi durante la dittatura cilena, restituendo loro uno spazio gioioso attraverso una serie di ritratti delicati e luminosi. Ogni pagina racconta un bambino e un piccolo frammento della sua vita o immaginazione: qualcuno osserva le formiche che trasportano briciole di pane, qualcun altro immagina di collezionare suoni in una scatola di fiammiferi o scopre che un albero può funzionare come un orologio che segna le stagioni. Attraverso questi gesti minuscoli – cercare le differenze tra il sole e un’arancia, seguire il volo di un insetto, ascoltare il rumore delle scarpe nelle pozzanghere – Ferrada restituisce ai bambini la loro vita quotidiana fatta di gioco, curiosità e stupore. Invece di narrare la violenza, Niños sceglie di illuminare, per contrasto, ciò che questa ha cercato di cancellare; il libro cerca di fare memoria, ricordandoci che dietro ogni numero, dietro ogni nome, c’era un bambino o una bambina con il suo sguardo unico sul mondo.
L’INFANZIA COME SGUARDO
Le storie di María José Ferrada ci ricordano che lo sguardo dei bambini non è mai semplice o ingenuo, ma un punto di vista che osserva, registra e mette insieme frammenti. Non sempre comprende tutto, ma proprio per questo riesce a rivelare ciò che gli adulti spesso smettono di vedere: le piccole crepe nella normalità, gli indizi della violenza, i meccanismi attraverso cui una comunità costruisce esclusioni e silenzi. In Kramp la dittatura resta sullo sfondo, percepita attraverso dettagli e assenze; ne La casa sul cartello, invece, la violenza nasce dentro la vita quotidiana, nei sospetti e nelle paure condivise; in Niños, la violenza viene evocata per contrasto, mettendo in scena i sogni, i giochi e le domande dei bambini a cui si rende omaggio. In tutti i casi sono i bambini a raccontarla, senza retorica, ma con un’attenzione ostinata per i dettagli, per le relazioni tra le cose e le persone.
Queste storie ci invitano a spostare il nostro punto di vista per avvicinarci alla prospettiva dei narratori bambini. La loro voce non offre risposte definitive, ma apre domande e ci ricorda che per provare a capire il mondo a volte è necessario guardarlo di nuovo, guardarlo diversamente, guardarlo – perché no – da un cartellone pubblicitario della Coca-Cola o come se fosse un catalogo di articoli da ferramenta.







