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Tra intimità e storia: intervista ad Alejandra Costamagna

In occasione del suo viaggio in Italia della riedizione del suo romanzo Il sistema del tatto, abbiamo intervistato Alejandra Costamagna, scrittrice cilena tra le più importanti e rappresentative della letteratura latinoamericana contemporanea.

Il sistema del tatto è ispirato alla storia della tua famiglia. Come è nata l’idea di trasformare quella storia in un romanzo? 

Penso alla trasposizione di tre immagini. O di una sola che si ramifica in tre. Mio padre, che è argentino, mi parlava di suo nonno piemontese, che era emigrato nel 1910 e non era mai potuto tornare. Mi raccontava che il vecchio gli parlava della sua terra natia, della casa su una collina, di  una stalla, di un cavallo in lontananza, dell’aria di campagna, delle strade acciottolate. Quando il nonno morì, si persero tutti i contatti.

Molti anni dopo, mio padre andò in quel paesino del Piemonte ed entrò in uno dei pochi ristoranti che c’erano: venne fuori che il proprietario era suo nipote. Arrivarono tutti i parenti, con le fotografie inviate dall’Argentina a metà del Novecento dai nonni di mio padre, intatte. Foto che erano sopravvissute al viaggio da un continente all’altro, alla severità delle due guerre mondiali, agli incendi, ai nascondigli e alla polvere di un secolo intero. Il momento chiave fu quando visitarono la casa sulla collina. Era esattamente lo stesso paesaggio del racconto orale del vecchio. Al ritorno mio padre mi raccontò com’era il posto e in quell’istante sentii di essere lui mentre ascoltava il racconto di suo nonno. Un’immagine di un’immagine.

Nel 2011 ho fatto lo stesso viaggio e ho conosciuto i parenti. Quando ho visto la stalla, il monte e la casa intatti, mi è sembrato che il cavallo fosse lì da sempre, a mangiare la stessa erba secolo dopo secolo, con lo sguardo fisso su un paesaggio atemporale. L’idea di un passato che lancia scintille sul presente è stata come una scossa. Ma ho anche pensato che io non ero lì per ricostruire la storia, bensì per soffermarmi sui vuoti del ricordo e osservare, con attenzione chirurgica, le sue crepe e le sue pieghe.Anche se quel momento in particolare è rimasto fuori dal romanzo, è stato alla base della mia ricerca. E ha innescato la scrittura di una storia su cui rimuginavo da anni, anche se poi naturalmente ha preso le sue deviazioni e ramificazioni.

Leggiamo nell’epigrafe di Natalia Ginzburg: “Quando siamo felici la nostra fantasia ha più forza: quando siamo infelici, agisce allora più vivacemente la nostra memoria.” Il romanzo è attraversato da questa tensione tra memoria e immaginazione: come sei arrivata a questa forma ibrida, invece di restare solo nell’autobiografico?

All’inizio volevo raccontare la storia senza finzione, con un’idea di registro. A questi primi migranti del 1910 si aggiungeva Nélida, mandata in Argentina dai genitori nel 1949, promessa in sposa contro la sua volontà al mio prozio. Ma lungo il percorso mi sono imbattuta in una serie di materiali che hanno sconvolto tutto. Perché invece di rafforzare l’idea di un documento attendibile, alimentavano un senso di spettralità. È apparsa la preoccupazione non di restituirli o recuperarli come segmenti del passato, ma di renderli di nuovo presenti come fantasmagorie che non finiscono oggi. E allora ho pensato molto a quella riflessione di Walter Benjamin sull’articolazione storica del passato, che, dice, non significa conoscerlo così com’è stato, ma “impossessarsi di un ricordo così come balena in un istante di pericolo”. Man mano che mi avvicinavo al presente e abbandonavo l’impulso iniziale di ricomposizione della storia, della memoria familiare, mi avvicinavo anche alla possibilità della finzione. O meglio, rendevo possibile quel dialogo e l’emergere di questa sorta di fusione tra arte e vita.

Il libro è costruito come un collage: intreccia due linee narrative (quella di Ania e quella di Agustín), ma anche materiali dell’archivio familiare, come lettere, fotografie, quaderni, libri. Come hai realizzato questo montaggio, dall’incontro con i materiali fino all’inserimento e alla disposizione nel libro?

L’apparizione più o meno casuale di questi materiali ha disordinato la linearità del racconto. Erano pezzi che si facevano strada senza ordine né temporalità fissa, senza chiedere permesso, in modo discontinuo, mandando all’aria qualsiasi idea di trama compatta e romanzo chiuso. C’erano resti, vestigia, schegge, figure spezzate e instabili. Non erano fonti o immagini che illustravano il testo, ma materialità destabilizzanti, che parlavano e nascondevano allo stesso tempo. Non una memoria compatta, ma voci sparse che scombussolavano il presente. In qualche modo, questo archivio che cresceva e si disperdeva era anche un grappolo di elementi sradicati, proprio come lo sono i personaggi o il romanzo stesso rispetto allo statuto del suo genere.

“Lo sanno tutti che i padri si piantano nel corpo dei figli e che poi bisogna tirarli via a forza”, riflette Agustín. Per lui e per Ania l’eredità familiare appare come un peso o un obbligo conflittuale che si insinua nel corpo e condiziona le generazioni successive. I legami familiari e le loro complessità sono spesso protagonisti nei tuoi libri: cosa ti interessa esplorare in queste “genealogie difettose”?

È vero: uno dei temi che ritorna continuamente nei miei libri è la complessità delle relazioni filiali. Forse perché i silenzi, le fratture, le omissioni e la fragilità dei legami familiari permettono di affrontare questioni della condizione umana che vanno ben oltre le vite private. È il legame tra intimità e storia. Mi interessa ciò che si nasconde dietro alle strutture familiari, quello che c’è di sintomatico. E la difficoltà degli imperativi di un’eredità etica e affettiva. Nel caso dei protagonisti de Il sistema del tatto, si tratta di figli che vivono tensioni diverse con i loro genitori, che interrompono una genealogia difettosa e che cercano di sfuggire al “dover essere” che gli è stato assegnato e da certi traumi e fantasmi che non gli appartengono. E che, peraltro, non intendono costruire nulla che assomigli a una famiglia così come l’hanno vissuta. Ciò che cercano è piuttosto un radicamento tutto loro.

 

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