Ringraziamo Edoardo Balletta, professore associato del Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna per questo contributo sul poeta cileno Germán Carrasco, scomparso il 9 febbraio 2026.
Siempre quise escribir un libro hater,
un libro 100% pulpa
pero se me colaba alguna flor de cerro,
el olor a boldo en las yemas,
cosas así
Germán è morto. È un pugno allo stomaco, di quelli che ti fanno sputare il fiato, poi riprendi a respirare ma non è più la stessa cosa. Ci eravamo conosciuti una ventina d’anni fa e mi piace ricordare la circostanza, perché con Germán ci avevamo riso molto: un amico, oggi editore, mi porta alla presentazione di non ricordo quale poeta. A un certo punto mi indica un tipo e mi dice “È Germán Carrasco, il più grande poeta cileno vivente”.
Non so, a dire il vero, se dice proprio così, ma qualcosa del genere; il mio amico ha una propensione all’iperbole che usa per dire e non dire. Vedo un ragazzotto, più o meno della mia età, vestito da poeta francese e ciuffo d’ordinanza, con lo sguardo attentamente trasognato. Inutile dire che lì per lì, no me cae bien.
Passa qualche giorno e il mio amico organizza una cena con Germán ed un altro poeta e critico molto conosciuto, un signore che parla di sé in terza persona. Si apre la porta e appare un tipo lampiño, dinoccolato, un po’ storto nello sguardo e negli atteggiamenti: complice il pisco sour e la calca, il mio amico, qualche giorno prima, aveva indicato Germán e io avevo visto chissà chi.
La serata inizia rilassata tra vino e chiacchiere ma la tensione sale, in parallelo col tasso alcolico. Come tante altre storie che coinvolgono Germán finisce in mezza rissa. Io, che non capisco molto che succede, Germán che mi lascia i suoi libri. Rimaniamo per vedersi e ci rivediamo.
Ci rivedremo poi a Buenos Aires e di nuovo a Santiago e a Bologna. Non era un uomo facile, Germán. Eravamo amici in quel modo strano che si dà tra essere umani che vivono a una decina di migliaia di chilometri di distanza, che hanno storie e vite diverse ma che grazie alla poesia, la sua, hanno stabilito un contatto profondo. Leggendolo, in quei giorni di agosto del 2003, avevo capito che l’iperbole non era poi così tanto iperbole. Sí, perché al di là della qualità della sua poesia, era il suo sguardo sul mondo che me lo faceva sentire così vicino.
Era delicato Germán, poteva essere violento, insistente, insopportabile. Ma vedeva sempre qualcosa in più e lo mostrava a chi legge, con delicatezza. Rileggo a caso le sue poesie dei primi 2000 e ritrovo quello che oggi il mondo e quello che il mundillointellettuale sono diventati. Col suo amore per il dettaglio della natura, che può essere piccola o maestosa come un’ombu, ci mostrava – senza bisogno di etichette – quello che stiamo perdendo, con grazia; era un poeta popolare, incazzato, che veniva dal basso, e da lì parlava senza bisogno di dichiararsi vittima. Quello che aveva da dire lo diceva coi versi, con un aggettivo in meno, con un accento preciso o un’improvvisa variazione che disturbava perché stava lì per quello.
L’ultima volta ci siamo visti a Santiago, più di un anno fa. Come spesso succedeva mi aveva voluto portare a mangiare, in un mercado, una cazuela da pochi spicci. Credo che lo facesse per mettere alla prova il profesor del primer mundo e il suo stomaco. A me la cosa divertiva, non per l’esperienza che niente aveva di esotico, ma perché poi passava il tempo ad aspettare una mia reazione, che non arrivava, costringendolo ad alzare il tiro. Avevamo parlato delle nostre piccole miserie di uomini di ormai mezza età, mi aveva detto, serenamente, che credeva che non gli rimanesse più molto tempo. Lo aveva detto con delicatezza, tra una cucchiaiata di cazuela e un sorso di birra. L’avevo guardato negli occhi, tacendo: non sapevo molto della sua vita, tacere era l’unica forma di rispetto umano.
C’eravamo promessi che saremmo andati a camminare in montagna qualche giorno dopo, gli dissi che avrei tradotto Cripsis. Il tempo in quel fine inverno santiaguino non fu clemente.
Ya no subiremos un cerro juntos, hermano. Hasta siempre, Germán.
Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore Raffaelli, alcune poesie tratte da Germán Carrasco, L’insidia del sole sopra le cose e altre poesie (1998-2006)
IL SOLE DELLE TRE DI POMERIGGIO I
Per le gazze o l’abbattuto nido dei tuoi occhi
brillano i tesori: sedie a rotelle, cianfrusaglie
in mani virginali, in grembo.
Capta la sua plasticità: il sole
può infebbrarti come a un neonato
o a un rachitico e affettato damerino
quando si concentra nei cocci brillanti
di una bottiglia rotta in pieno asfalto, quando assola
e desola i lunghi casamenti del quartiere,
quando sottolinea difetti fisici, bellezze eccessive;
quando incrocia parabrezza e occhi chiari. Non è giusto
dire che imbruttisce il giorno quanto mette
un velo di bruma sul genere
insidioso, accentuato delle cose
né incolpare la notte del tradimento, del crimine
o degli ultimi avvenimenti, qualunque
essi siano. Un buon giorno (si potrebbe dire)
nonostante l’ingannevole apparenza
del sole sopra le cose. E poi, ricorda
quanto fu terribile vedere (anche solo per alcuni secondi)
il sole come una vecchia moneta
o una lampadina a basso voltaggio
qualche anno fa, durante l’eclisse, a Putre.
DENTE DI LEONE (Taraxacum Officinalis)
sapere il nome di quelle erbacce piene di semi che i bambini soffiano
inviando o ricevendo messaggi, distinguere tra
un corvo
un tordo
un merlo
uno storno
un gracchio
una cornacchia
un celebre
queltehue
o treile
un tiuque
una gazza
cercare di usare le parole giuste anche se a nessuno importa.
METTETE CIBO PER GATTI NELLA MIA TOMBA
Stavo per dire: tutti i gatti di Santiago piangeranno,
di sicuro c’è che voglio morire in Agosto
per fare un’elegia del loro pianto
e quando bassisti e sassofonisti
suoneranno come sempre alla radio o in un pub
mentre le groupies di Hamelin
li seguono ipnotiche e disperate,
pensate che suonano per me, Rita, Madre, Herr Anwandter, Chico;
fratelli e sorelle:
uno sguardo insidioso in meno sui bus di Santiago
che fissa quelle che vogliono andarsene a casa dei loro amanti
o i tagliaborse che corrono come volpi
che qualcuno investe nel suo viaggio verso la spiaggia.
LA COSTRUZIONE DEL GRATTACIELO (UN SOLIDO CASTELLO È IL NOSTRO DIO, OPPEN)
L’operaio metallurgico sul ponteggio
ha imparato a non guardare in basso. E a fare quello che deve.
Allo stesso modo, esistono parole
che abbiamo imparato a non guardare,
a non cercare sostanza nel loro profondo.
Ma siamo al bordo della vertigine.
OMBÚ
Non diremo: maestà di mistero,
simbolo del simbolo, phytolacca dioica
ma qui riposeremo dal calore
per sentire la voce dell’albero o i suoi nodi
(casa, umidità, corpo, picnic, mate).
Gli amanti bonaerensi sono dipendenti
dal mistero di questi alberi nodosi
e anche dalle larghe litoranee.
Gli scultori, Lola Mora, per esempio,
accarezzano ombù come corpi
(e poi accarezzano marmi e corpi).
Radice: mano, elefante, polpo,
seme colossale della preistoria,
parasole che protegge le coppie in jeans.
Le radici esterne dell’ombù
–film o romanzo di fantascienza–
riconquistano spazio pubblico e marciapiedi;
rizomi colossali, aspirano a
intrecciarsi nelle grate, infiltrarsi
nei palazzi del governo, fondersi
nel nouveau delle facciate
per il barone rampante, le coppie in jeans,
gli scacchisti, i bimbi-maradona e il postino
che si ferma a per una merenda.
Questo era il sogno di Kulcevsky.
Sotto questo albero aspetteremo il diluvio
e in terra ci sederemo a guardare
il passaggio ridicolo e tenero delle carovane
di estenuati dinosauri e mammut,
il suono fricativo e secco che fanno
timbrando il fango le loro gambe e il loro ritmo.
E ci sono, secondo il tassonomista, vari tipi umani
che abitano tra le braccia di un ombù:
secondo la stampa fosforescente e dai toni del giallo
esiste il tipo di quelli che penzolano
a testa in giù appesi ad una caviglia
come lo strano frutto di billie holliday;
se rimanessero fermi per un lasso di tempo
questi ultimi potrebbe simulare i pipistrelli
ma si scuotono in uno strano ballo
o forse in un tentativo di sfangarla
(gli scheletri che lorsignori apprezzano in questo istante
appartengono a questo tipo di impiccati,
come strani addobbi natalizi
di natura edulcorante e psichedelica).
E anche se ogni tassonomia è vergognosa
abitano sotto l’ombù: quelli che sembrano Adamo
e nominano per la prima volta il mondo,
quelle che sembrano Eva (ah Eva nuda,
portami una tonnellata di mele)
e anche quelli che assomigliano
troppo al celebre serpente.
Io sono di quelli che sembrano scimmie
(anche se l’ombù è australe e le scimmie non lo sono
ma fa assolutamente lo stesso
“scimmie tropicali in un albero meridionale”),
scimmie-ragno ipercinetiche, confuse
tra le fronde, le macchie impressioniste
come bambini che scalano le cancellate alte
di campetti statali quando cade la sera.
E si possono distinguere anche
due tipi di poeti che penzolano da un ombú:
quelli che sembrano frutti e cadono al suolo
e tingono, indelebili, il selciato
e, beh: quelli che penzolano ed eiaculano
per coltivare una mandragora.
UOMINI CHE SCARICANO SACCHI DI FARINA, ANGURIE E PERFINO BOMBOLE DI GAS DI CA. 20 KILI DA UN CAMION
chi si ricorda di quegli uomini
che scaricavano sacchi di farina
sotto la nebbia o l’insidia del sole?
durante l’infanzia li guardavo stupefatto.
pensavo che erano arabi o qualcosa del genere
per il sacco che si mettevano in testa.
erano come fantasmi impolverati
facevano il loro lavoro a passi corti
per non perdere l’equilibrio. veloci.
o quelle squadriglie che scaricavano angurie
o botti di vino da un camion.
se le tiravano e nessuna cadeva.
io aspettavo che qualcuna scoppiasse: un cranio
per rinfrescare il marciapiede di sangue.
(perfino il suono dell’impatto, m’immaginavo:
onomatopea per passare il pomeriggio).
– che la scrivano altri l’ode al pane
e alle dolci angurie dell’estate –
ora penso alle colonne vertebrali
di quegli uomini, al lavoro di squadra.
allora li guardavo solamente. mi sembravano
anime di un giorno chiaro. Extraterrestri
che facevano veloci il loro lavoro
e poi scomparivano nella loro nave.




