È arrivato da pochi giorni in libreria L’esca, il romanzo di esordio della scrittrice uruguaiana Eugenia Ladra.
La storia è ambientata a Paso Chico, un paesino di provincia tra il porto e il fiume, in un Uruguay mai nominato ma facilmente riconoscibile. Più che uno sfondo, Paso Chico – attraversato da superstizioni, pettegolezzi e silenzi – si fa personaggio. Qui vive Marga, tredici anni appena compiuti, un corpo che cambia troppo in fretta e uno stigma addosso: è nata il giorno in cui un’alluvione ha devastato il villaggio e da allora qualcuno, avendo bisogno di dare un nome e un volto alla disgrazia, ha deciso che la ragazza porta sfortuna. La seguiamo durante un’estate sospesa, umida, torbida, piena di insetti e di attese, che si apre con l’arrivo di Recio.
Le vite dei due adolescenti si intrecciano, unite dal desiderio e dalla curiosità, mentre attorno a loro si muovono la nonna Justa, custode della madonnina di legno che passa di casa in casa, don Godoy, vecchio pescatore cieco, e Olga, levatrice del paese. I pomeriggi sono scanditi da una telenovela, unica forma di educazione sentimentale: in assenza di altre rappresentazioni, l’amore si confonde con il possesso e il desiderio con la violenza. Eppure, tra sordidezza e crudeltà, affiorano anche tenerezza e stupore. Romanzo di formazione rurale e insieme ritratto corale di un luogo di provincia, L’esca racconta una violenza quotidiana e naturalizzata, che non viene mai nominata o spiegata, ma semplicemente messa in scena.
Come sempre, abbiamo intervistato per voi l’autrice, che ci ha trasportato nei paesaggi della sua infanzia nella provincia uruguaiana per raccontarci come è nato Paso Chico e le difficoltà di dare forma al personaggio di Marga. Abbiamo parlato delle sfide di mettere in scena la violenza senza didascalie, lasciandola affiorare tra le pieghe della quotidianità, e di cosa significa crescere quando l’amore si impara davanti a uno schermo.
Paso Chico, il villaggio dove è ambientato L’esca, emerge come il personaggio principale del romanzo. Per molti aspetti è un paesino profondamente uruguaiano, eppure sembra sospeso nel tempo e nello spazio, conducendoci a tratti verso un territorio universale. Come hai costruito questo luogo? Cosa ti interessava esplorare attraverso questa ambientazione? È ispirato a un posto reale?
Dai nove ai diciotto anni ho vissuto a Nueva Palmira, un paesino di provincia in Uruguay. D’estate andavo spesso su un promontorio chiamato Punta Gorda, che ha una particolarità: è il luogo dove il Río Uruguay sfocia nel Río de la Plata. Lì, sulla costa, vive una piccola comunità di pescatori e il paesaggio è composto da canoe, cani, moto, giacinti d’acqua e granchi. E anche da navi cariche di container dirette al porto di Nueva Palmira che, passando per Punta Gorda, irrompono in quella natura indomita.
Credo che il seme di Paso Chico, il paese fittizio che ho costruito per L’esca, risieda lì, nei paesaggi di quel luogo reale, nel modo in cui quell’atmosfera umida e viscosa si è impressa nel mio corpo e nella possibilità che ho oggi, anni dopo, di tornarci attraverso la scrittura. E credo anche che ricordare, fare memoria – quella memoria affettiva e geografica – sia una delle cose che ho apprezzato di più nei tre anni di scrittura del romanzo. Mi è piaciuto lavorare con quel gesto tanto creatore come distruttore: prendere le fondamenta di un luogo conosciuto per costruirne un altro che esisteva solo nella mia testa. E cercare di dotarlo delle sue particolarità, pur nella sua dimensione universale.
Mentre lavoravo al romanzo, a volte mi piaceva immaginare il paese come una grande opera teatrale: le case con le porte aperte, le strade sinuose – laggiù un alimentari, più in là un’osteria – il fiume che segna il confine e i personaggi che si muovono all’interno di quella scena viva. Mi piaceva soprattutto che gli elementi fossero pochi, mi dava una certa comodità nella scrittura perché avevo la sensazione di conoscere meglio il materiale con cui lavoravo. In quel luogo compatto, con elementi e relazioni altrettanto compatti, i legami apparivano più chiari. E anche la violenza. Avevo bisogno di questa chiarezza, perché L’esca è un romanzo in cui mi interessa più mostrare che spiegare.
L’altra protagonista del romanzo è l’adolescente Marga. Come sei arrivata a questo personaggio? Quali tensioni ti interessava mettere in scena?
La costruzione di Marga è stata una sfida. Il vantaggio era che la protagonista aveva un’esperienza di vita simile alla mia, innanzitutto in quanto donna, e poi perché aveva vissuto il passaggio dall’infanzia all’adolescenza in un paesino di provincia. Ma al di là di questo, per me Marga restava un mistero. La mia strategia, quindi, è stata quella di immaginarla a partire da chi la circonda: sua nonna, quella specie di zia che è Olga, il suo fidanzato Recio e l’assenza del padre e della madre. Quei legami, a loro volta, hanno definito il suo rapporto con il desiderio, con la superstizione e la religione, con la violenza che subisce e a cui non sa dare un nome e con la violenza che esercita e che non sa definire. È tra queste domande che Marga ha preso forma. Una bambina grande, un’adolescente piccola, che cammina per le stesse strade della sua infanzia con un nuovo modo di abitare il proprio corpo.
La violenza attraversa tutto il romanzo, fin dal primo capitolo. È una violenza quotidiana, a cui è difficile dare un nome nell’universo del romanzo e completamente naturalizzata dalla comunità. Quali scelte hai dovuto prendere per rappresentare questa violenza e quali sono state le sfide o difficoltà che hai incontrato?
Fin dall’inizio della scrittura ho cercato di far emergere le diverse violenze che in questo tipo di spazi sono talmente evidenti da finire per essere naturalizzate. Non volevo però indicarle col dito e battezzarle, dire: questo è quello che io dico che è. Volevo piuttosto mettere in moto la violenza, lasciare che i lettori ne fossero impregnati fino a sentire, a un certo punto, il bisogno di darle un nome. Dire ad alta voce ciò che, nei paesi di provincia, in Uruguay o in qualunque altro paese latinoamericano, accade ogni giorno, senza fare troppo rumore, senza creare problemi, senza denunce.
Forse la sfida più grande è stata proprio dare forma a questo desiderio. All’inizio ho scritto le prime cinquanta pagine in prima persona, dal punto di vista di Marga, ma sentivo che qualcosa non funzionava. Sentivo che con quella prima persona non riuscivo ad allontanarmi dalla logica di vittime e carnefici. Non perché non si possa fare, ma perché io non sapevo come farlo. È in quel momento che è apparso il narratore attuale, una terza persona elastica che mi permette di entrare nella coscienza dei personaggi senza rimanerci troppo a lungo. Una voce che potrebbe benissimo essere quella del paese, che racconta a partire da quella terribile e a tratti insopportabile naturalizzazione.
La televisione è una delle poche tecnologie presenti in L’esca e svolge un ruolo centrale nella vita di Marga. Al di là della storia, poi, si inserisce formalmente nel testo attraverso capitoli non numerati, che hanno titoli propri e che seguono la logica di una telenovela. Come mai hai deciso di includerli in questo modo e che funzione svolgono questi capitoli all’interno del romanzo?
La telenovela che guarda Marga è Pasión de gavilanes, un programma colombiano realmente esistito che era molto popolare in America Latina (io, per esempio, lo guardavo all’ora della siesta, con il volume basso per non svegliare nessuno e, soprattutto, per non farmi scoprire, dato che lo guardavo di nascosto). Come tutte le telenovelas, si trattava di una storia d’amore. C’erano tre sorelle di una famiglia benestante e tre fratelli che lavoravano come mandriani. Non serve molta immaginazione per capire il resto, no?
L’importante però non era la trama di Pasión de gavilanes, ma il modo in cui, nei rapporti tra i personaggi, si naturalizzava la violenza psicologica: i maltrattamenti, la gelosia, i tradimenti. O, come mi hanno detto in un gruppo di lettura in Argentina, “l’amore si confonde con il possesso, il sacrificio e il dolore”. Nel romanzo, in mancanza di persone o istituzioni che se ne facciano carico, questa telenovela assume il ruolo di educazione sentimentale di Marga. Contribuisce non solo a naturalizzare la violenza ma addirittura a romanticizzarla.
Usare alcuni capitoli della telenovela come “separatori” ne L’esca mi ha permesso di addentrarmi nell’interiorità di Marga e nel suo modo di interpretare il mondo attraverso la televisione. La sua vita si ferma quando inizia ogni episodio, e nel romanzo succede qualcosa di simile. La trama principale si mette in pausa e si dà tempo e spazio a quest’altra storia, apparentemente secondaria, ma profondamente legata alle esperienze vitali della vera protagonista.
Il linguaggio de L’esca è molto legato allo spagnolo parlato di Uruguay e allo stesso tempo profondamente segnato dall’oralità. Com’è stato il lavoro su questa lingua così localizzata? Come hai lavorato per trasporre quell’effetto di oralità nella scrittura?
Per lavorare sul linguaggio ho utilizzato due elementi: la mia memoria e il dizionario.
Da una parte, ho cercato di recuperare il parlato della provincia uruguaiana e alcuni dei suoi tratti più orali, partendo da ricordi molto concreti: il modo in cui parlava mia nonna, le espressioni che usava, le parole che le uscivano spontanee nelle conversazioni di tutti i giorni. Quella lingua ascoltata, ripetuta e condivisa è stata fondamentale.
Dall’altra, il dizionario. In particolare, il Diccionario del Español de Uruguay, pubblicato dalla Academia Nacional de Letras, che consulto spesso e che considero un documento preziosissimo. È un lavoro che raccoglie ciò che molte volte la Real Academia Española lascia fuori: la versione locale, situata e specifica del nostro spagnolo.
Con questi due elementi ho costruito il lessico del romanzo, tenendo sempre a mente che stavo cercando di lasciare una traccia di qualcosa che non volevo dimenticare: un modo di parlare con cui sono cresciuta e che, poco a poco, sta scomparendo.
L’esca è il tuo primo romanzo. Com’è stato il processo creativo e di scrittura?
È stato un percorso molto speciale, che ricordo con grande affetto. Ho lavorato al testo per tre anni. L’idea è nata durante un laboratorio di scrittura online, verso la fine della pandemia; la prima stesura ha preso forma durante un Master di Creación Literaria a Barcellona; la fine del processo di scrittura è stata un po’ più solitaria, in Uruguay. Ero così immersa nel testo che mi imponevo delle routine un po’ estreme per dare alla scrittura – e non al lavoro – uno spazio centrale nelle mie giornate.
È stato però anche un processo profondamente collettivo, grazie alle case editrici Criatura (Uruguay) e Tránsito (Spagna), che per prime hanno pubblicato il libro, ed è forse per questo che vi sono così affezionata. È una pratica che ricerco sempre quando scrivo: sfuggire all’idea del creatore solitario. Credo che, così come abbiamo bisogno di vivere per poter scrivere, abbiamo bisogno di altre coscienze che ti leggano, che ti ascoltino e che ti sostengano in un processo viscerale come la scrittura. E poter fare lo stesso per gli altri, chiaramente.




